Il «factotum» del Vaticano che sapeva domare le bufere

Lo chiamavano il «Chink» ed era nato a Cicero, il sobborgo di Chicago caro ad Al Capone. Il suo destino è legato al caso che sconvolse il mondo degli affari

Andrea Tornielli

Lo chiamavano il «Chink», era nato a Cicero, il sobborgo di Chicago dov’era cresciuto Al Capone. Aveva un fisico da gigante e uno stile lontanissimo dalle finezze curiali. Figlio di un lavavetri lituano aveva avvertito presto la vocazione al sacerdozio e a tredici anni si era iscritto a una scuola della diocesi. Diventa prete nel 1947 e viene spedito in una parrocchia di periferia ma due anni dopo è già a Roma, a studiare diritto canonico. Nel 1952 il suo nome viene segnalato al factotum di Pio XII, monsignor Giovanni Battista Montini, il futuro Paolo VI. E il «Chink» viene chiamato alla sezione inglese della Segreteria di Stato trasformandosi nel giro di poco tempo nel punto di riferimento romano per tutti gli americani.
Durante il Concilio lo troviamo al lavoro per garantire i prezzi migliori per i voli transoceanici dei vescovi e per la loro sistemazione negli alberghi della capitale. Nel 1963 fa costruire Villa Stritch, un complesso da un milione di dollari progettato per ospitare i prelati statunitensi, e ne diviene il primo rettore. Il decollo della sua carriera coincide con i primi viaggi internazionali di Paolo VI, al quale il prelato di Chicago aveva insegnato l’inglese. Il Papa gli chiede di organizzare la trasferta in India. Le sue capacità organizzative si rivelano formidabili, tanto che da allora dirige ogni viaggio del Pontefice. Tutti cominciano a chiamarlo «l’uomo del Papa» e la sua preoccupazione per l’incolumità fisica di Paolo VI gli fa guadagnare il soprannome di «gorilla». Soprannome azzeccato, data l’imponente stazza del prelato americano. Nel 1969 il Papa lo consacra vescovo e lo trasferisce alla guida allo Ior, pur non avendo Marcinkus alcuna competenza di banche e finanza. Passano pochi anni, e nel 1972 il suo nome viene tirato in ballo nello scandalo dei titoli azionari falsificati acquistati dal Vaticano. L’indagine sulla Vatican connection è affidata all’Fbi, e gli agenti entrano nelle sacre stanze per interrogare i più stretti collaboratori dell’allora Sostituto alla Segreteria di Stato, monsignor Giovanni Benelli. Marcinkus viene prosciolto dall’accusa.
Sono gli anni in cui, grazie a potenti appoggi, Michele Sindona ha facile accesso Oltretevere. Così come il suo «allievo» Roberto Calvi, discusso presidente del Banco Ambrosiano, con cui lo Ior di Marcinkus entra presto in affari. Con l’aumentare del suo potere, il «Chink» vede crescere anche il numero dei suoi nemici. Profondamente indignato per il modo d’agire un po’ troppo disinvolto del presidente dello Ior è ad esempio il patriarca di Venezia Albino Luciani, che a metà degli anni Settanta si vede passare sopra la testa la cessione della Banca cattolica del Veneto al Banco Ambrosiano. Si dice che giunto a Roma per chiedere spiegazioni di un’operazione condotta senza che i vescovi veneti fossero stati avvisati, Luciani sia stato messo alla porta dal «Chink». Monsignor Marcinkus smentirà la circostanza. Sta di fatto che, secondo diverse fonti, subito dopo l’elezione, Papa Luciani avrebbe manifestato l’intenzione di rimuoverlo dallo Ior «perché un vescovo non deve dirigere una banca». Certe operazioni spregiudicate dell’Ambrosiano erano dunque ben note ancor prima dell’arrivo al Soglio di Karol Wojtyla. Ma Giovanni Paolo II prende in simpatia Marcinkus e lo promuove pro-presidente della pontificia commissione per lo Stato della Città del Vaticano. Oltre che di finanze, il prelato statunitense si occupa della vita spicciola del «regno» del Papa. Operai e maestranze lo ricordano ancora con affetto: era capace di arrampicarsi sulle impalcature per portare un cicchetto ai muratori, sensibile alle loro esigenze, pronto ad aiutare chiunque fosse in difficoltà.
Ben diverso è, invece, il ricordo della sue operazioni finanziarie. I documenti spulciati dai liquidatori dell’Ambrosiano e dai magistrati descrivono transazioni per centinaia di milioni di dollari dalle società fantasma di Calvi allo Ior. Per undici anni la banca vaticana, grazie al suo status «offshore» aveva fatto da intermediaria per le operazioni del banchiere milanese che nel 1982 morirà impiccato sotto il ponte dei Frati neri, a Londra. A inguaiare l’intraprendente arcivescovo sono le famose lettere di patronage, concesse dallo Ior a Roberto Calvi nel momento in cui l’impero di scatole cinesi dell’Ambrosiano cominciava a sfaldarsi. Con quelle lettere, la banca vaticana confermava che «direttamente o indirettamente» esercitava il controllo su otto società sparse tra Panama e Lussemburgo, protagoniste dei traffici di Calvi. È la prova delle colpe di Marcinkus, secondo gli inquirenti, che chiederanno il suo arresto per concorso in bancarotta fraudolenta, mai concesso dal Vaticano. In realtà esisteva anche un’altra lettera, a firma di Calvi, che sollevava la banca della Santa Sede da ogni responsabilità. Finanziere incapace e desideroso di aiutare l’amico caduto in disgrazia, quel compagno d’affari che gli offriva weekend di lavoro alle Bahamas? Oppure complice di operazioni sporche? I magistrati, allora, non avevano dubbi. E sebbene il Vaticano abbia continuato a negare qualsiasi malversazione, il cardinale Agostino Casaroli, Segretario di Stato di Sua Santità, negozierà con il governo italiano un accordo in base al quale lo Ior avrebbe versato la bellezza di 244 milioni di dollari ai creditori dell’Ambrosiano, come risarcimento per ogni pretesa presente o futura. L’Anno Santo straordinario del 1983 servirà anche a rimpinguare le casseforti vaticane dopo la bufera.
Marcinkus, nonostante le bufere, è rimasto alla guida dello Ior fino al 1989. Molti dei soldi guadagnati attraverso i suoi investimenti e la compravendita di proprietà sono serviti a finanziare «opere di religione», sono stati utilizzati per costruire chiese e per aiutare popolazioni in difficoltà.