Faenza: il pubblico giudicherà il mio film scartato dalla Festa

È la «pietra dello scandalo»: il suo comizio finale nel film ricorda la politica «ma-anchista» di Veltroni

da Roma

Come negli eventi fatali, ma rivelatori, la fortuna del nuovo film di Roberto Faenza, I Viceré (da venerdì nelle sale), rispecchia un incremento di arroganza da parte della classe politica dominante. E rimanda, perfetto gioco di specchi, al cuore del romanzo omonimo dello scrittore d’origine partenopea Federico De Roberto (1861-1927), noto per questa sua amara saga sui mali dell’Italia. Nei mesi precedenti alla presentazione ufficiale della smaltata pellicola con Alessandro Preziosi, Lando Buzzanca, Cristiana Capotondi, Lucia Bosè, Franco Branciaroli (un cast di attori molto bravi), la muta dei benpensanti si è scatenata. A lanciare l’ostracismo, la direzione artistica della Festa di Roma, che quest’estate ha visionato I Viceré, con pollice verso allo sfolgorante film, i cui costumi recano la firma di Milena Canonero, gettonata da Kubrick e da Coppola. Non a caso, man mano che, sui giornali, montava la panna polemica, sull’esclusione di un’opera d’autore, forse troppo attuale, dall’Auditorium romano un paio di giorni fa giungeva la consueta velina. Non è vero che l’abbiamo cassato perché rimanda alla mancata rivoluzione promessa dagli attuali governanti: il film non ci è piaciuto. Punto e basta. Questa, in sostanza, l’excusatio non petita con coda velenosa: non sarà che fate chiasso, per marketing? Con le prime piogge, poi, su I Viceré si è abbattuto il negazionismo di Bruxelles: alla proiezione organizzata per i potenti dell’EU, erano pochi gli europarlamentari italiani, ben di più e ancor più entusiasti quelli degli altri paesi. Risultato? Ieri Faenza, qui anche sceneggiatore, si teneva la testa tra le mani («mi spiace aver visto il comunicato della Festa del Cinema solo ieri, altrimenti avrei messo la didascalia “artisticamente non valido”», ha detto), mandando avanti la produttrice e compagna di vita Elda Ferri. La quale ha letto un comunicato, apparentemente «per chiudere una polemica», di fatto per levarsi pietre dalla scarpa. «La Detassis ha visto il film in più riprese, anche con gente, che nulla aveva a che fare con la Festa di Roma. Certe proiezioni in calendario sono state inspiegabilmente annullate», ha dichiarato la produttrice, lasciando intendere come alla selezione romana fossero presenti osservatori in veste politica.
Ma cos’ha, di perturbante, questo potente affresco del marciume trasformista, che affligge gli italiani dai tempi di Garibaldi e che al Principe Giacomo (Buzzanca al suo meglio) fa dire: «Ora che l’Italia è fatta, dobbiamo fare gli affari nostri»? Il racconto inizia a metà Ottocento, alla fine del dominio borbonico in Sicilia, mentre nasce lo Stato italiano e Consalvo (Alessandro Preziosi), l’ultimo erede degli Uzeda, nobili catanesi con una vena di follia, confligge con un padre superstizioso (Lando Buzzanca) e prepotente, interessato solo ai beni del casato. Né servirà l’affetto della sorella (la Capotondi) o degli amici a placarne l’ansia ribelle e la voglia di rivincita sociale, presto sfociati in una carriera di deputato trasformista, sancita da un discorso elettorale, dove il diavolo e l’acqua santa si baciano. Proprio come capita, oggi, di sentire, nei discorsi ecumenici del leader Pd, quel Walter Veltroni, la cui versione parodistica offre Crozza in tivù. «Di tale coincidenza, noi ridiamo. Ma tanta amarezza mi rende pensoso», dice Preziosi, teso a diffondere nelle scuole la lettura de I Viceré (il romanzo è del 1894). «La cultura cattolica sa difendere i suoi valori, col Manzoni, quella laica non difende se stessa: non conosco un critico di sinistra, che abbia letto il romanzo. Il film è positivo, quale radiografia d’un corpo malato. Né mi confronto col Gattopardo di Visconti», nota Faenza, che qui rievoca i fasti bituminosi d’una Catania barocca, chiusa nei palazzi.