Fagotto genovese alla Scala

La Scala è la Scala. Alla Scala è difficile veder saltare una prima, alla Scala sostano abitualmente i più grandi direttori e i più grandi artisti, la Scala fa sempre parlare di sé, nel male e - soprattutto - nel bene. Un'isola felice in un mare artistico un po' burrascoso, dove stanno a galla, chi più a fatica chi meno, gli altri teatri italiani. Non che a Milano non si respiri aria di crisi, anche lì i tagli del Fus non sono graditi, ma la Scala non teme il peggio. Sì, è vero: i milanesi amano il loro teatro e lo venerano come una divinità, chi lo frequenta, ma anche chi in platea magari non mette quasi mai piede, chi lo vede come patrimonio storico e culturale e chi ne vede l'importanza economica per la città.
Insomma, la Scala è un'Istituzione con la I maiuscola, un fregio per la città, un marchio doc da esportare con successo in tutto il mondo. Gli sponsor probabilmente fanno a gara per finanziarla e certamente non scappano via come è successo qui da noi; i privati e gli appassionati (benestanti) non negano aiuti copiosi per la sua dignitosissima sopravvivenza.
Ma ci sono anche gli artisti, quelli che ci lavorano. Gabriele Screpis è il primo fagotto dell'orchestra. Genovese, si è diplomato al Conservatorio Paganini di Albaro nel 1985 e poi se n'è andato. Come la maggior parte dei musicisti italiani, è «emigrato» in cerca di fortuna; e diversamente dalla maggior parte di loro, l'ha trovata. Prima di tutto perché è bravo, tra i migliori nostri fagottisti: si è perfezionato con Rino Vernizzi alla Scuola di Saluzzo e poi ha vinto i concorsi: a Santa Cecilia (a 23 anni!), poi una parentesi francese, poi infine a Milano. Ma la fortuna l'ha baciato anche perché ha osato, perché ama il suo lavoro e perché crede visceralmente in ciò che fa. (...)