La faida delle vongole insanguina la Laguna

La feroce concorrenza causata dai divieti di pesca

Marco Toscano

da Venezia

Di vongole si muore. Non solo per i molluschi alla diossina, pescati nelle acque del Petrolchimico di Porto Marghera. Di vongole si muore anche e soprattutto perché c’è una guerra in corso. Una guerra lunga decenni, disseminata di omicidi che sanno di regolamento di conti per il controllo dell’oro della laguna veneta. L’ultimo sabato scorso. Claudio Carisi, 41 anni, presidente della cooperativa di pesca Imperiale, è stato accoltellato all’addome da Derri Perini, 50 anni, presidente della cooperativa Acquaviva. Un omicidio avvenuto a Chioggia, a mezzogiorno, che qualcuno non ha esitato a definire un regolamento di conti che era nell’aria. Del resto la dinamica stessa racconta di una tensione alle stelle.
Carisi, la vittima, sabato in tarda mattinata si reca al Canal Lombardo (al porto di Chioggia) con un amico pescatore. Qui incontra Parisi e scoppia una lite, al punto che un altro pescatore si sarebbe messo a inseguire Carisi con una mannaia. Lui scappa, insieme all’amico, ma torna poco dopo con i rinforzi. Si trova di fronte Perini, che lo accoltella e poi fugge, trovando rifugio in un peschereccio dove poco dopo viene scovato dalla polizia.
Che non si tratti di un diverbio occasionale è chiaro fin da subito, perché tra i due rivali c’era una ruggine antica.
Ma adesso, dopo il sangue, la guerra è contro le istituzioni, la Provincia di Venezia soprattutto, che dopo anni di Far West vogliono mettere regole precise perché non è più possibile saccheggiare la laguna e distruggerne i fondali con sistemi di pesca devastanti, come i rastrelli, i turbosoffianti o le eliche dei potenti motori di barchini usati per raschiare il fondo della laguna e stanare le vongole.
Ma all’interno dello schieramento che ha individuato nella Provincia di Venezia il nemico comune, ci sono ancora le faide tra cooperative e associazioni. Ed è in questo contesto che è maturato l’omicidio di sabato. La Provincia ha smantellato il vecchio sistema di gestione della pesca. Fino allo scorso anno c’era un unico consorzio, il Covealla (Consorzio veneto allevatori lagunari). Oggi i 1.500 pescatori sono divisi in tre realtà, ciascuna referente di un consorzio. C’è l’Alcalave (che riunisce 84 cooperative e che aspira a diventare l’organizzazione dei produttori), c’è La Cavana (15 cooperative, quasi tutte di Pellestrina) e infine c’è il Faro Azzurro (con 6 cooperative). Come mai questa divisione? Perché ciascuno di questi gruppi fa riferimento a un’area politica: La Cavana è vicina a Forza Italia, l’Alcalave ai Ds, il Faro Azzurro alla Margherita. Del resto, dicono che a Chioggia non ci mai sia stato sindaco sgradito ai pescatori. La novità più grossa, però, è la nascita del Gral, un ente pubblico voluto dalla Provincia, che ha il compito di gestire l’intero settore e i consorzi. Ma il Gral, soprattutto, deve governare le aree di allevamento per la pesca gestita. Perché, dal momento che la laguna non può più essere battuta in lungo e in largo, d’ora in poi la pesca andrà effettuata in aree delimitate e controllate, dove si dovranno piantare i semi delle vongole (novellame) per il ripopolamento. Facile, a questo punto, intuire che chi gestisce più novellame ha in mano il futuro della pesca. Ed è in questo ambito che si inquadra, con ogni probabilità, l’episodio di sabato. Carisi, con la sua cooperativa Imperiale, era fuori dai tre consorzi. E il suo legale, Luca Santamaria, ha una certezza. Carisi è stato ucciso perché voleva dire la verità. Poche ore prima di morire era andato dai Carabinieri per denunciare una presunta finta semina, autorizzata dalla Provincia, destinata secondo lui a coprire e legalizzare a favore di pochi una ingente pesca di vongole prelevate in una zona interdetta e poi destinate al mercato nero. Una vicenda in cui si profilano responsabilità, coperture, collusioni. E che che quell’omicidio non ha per nulla chiuso, anzi.