La faida sotto la Quercia

Dalle Alpi a Capo Lilibeo, i contrasti tra i ds non erano mai stati così avvelenati. A Venezia la lite sorta per le candidature di Felice Casson e Massimo Cacciari non si è ancora ricomposta. Nell’occasione i riformisti ds con alla testa l’abile vicesindaco degli anni Settanta Gianni Pellicani appoggiarono il magistrato giustizialista e i fassiniani sostennero il filosofo ex estremista, ormai moderato. Intanto a Napoli è scoppiata la rissa tra l’ex amatissimo sindaco di Salerno Enzo De Luca, riformista e amico di Massimo D’Alema, e il governatore della Campania Antonio Bassolino.
A Torino il neogovernatore diessino Mercedes Bresso, quando il segretario nazionale del suo partito dice di essere sempre stato cattolico, afferma che piuttosto di convertirsi alla Chiesa di Roma si farebbe valdese, battuta che tradisce anche la sorda lotta tra governatore e sindaco di Torino, Sergio Chiamparino.
In Toscana è scoppiata la guerra del Monte dei Paschi: alcuni parlamentari dalemiani sono stati fondamentali per far decollare un provvedimento per cui la fondazione Monte dei Paschi non può possedere più del 30 per cento della banca del Monte. Un ampio fronte che va dai «senesi» al presidente ds della Toscana Claudio Martini, considera questo provvedimento una bandidata. La guerra del Monte s’incrocia con quella Unipol-Bnl: «i toscani» avevano tentato di frenare «gli emiliani» nella conquista dell’istituto guidato (male) da Luigi Abete. A Bologna Sergio Cofferati tornato pragmatico, dopo la parentesi di follia massimalista degli anni scorsi, litiga non solo con Rifondazione ma anche con l’establishment rosso accusato di consociativismo.
A Milano dopo un quindicennio giustizialista che ha dominato la federazione del capoluogo e il comitato regionale (da Barbara Pollastrini al cremonese Luciano Pizzetti, ai bresciani Claudio Bragaglio e Pierangelo Ferrari), è arrivato al vertice ds una leva riformista da Filippo Penati ad Antonio Panzeri, con il segretario milanese, Franco Mirabelli, che, abbandonati i suoi mentori forcaioli, governa il partito con la consulenza di vecchi militanti dell’area pragmatica. Eppure nonostante la nuova «omogeneità», i contrasti non mancano. Panzeri non ama la volontà di potenza di Penati che ha messo le mani con modi (e costi) discutibili sulla Serravalle. Per non parlare della vicenda Umberto Veronesi, sulla quale molti sospettano una regìa nascosta del presidente ds della Provincia di Milano interessato a correre per sindaco. Anche fra le donne non c’è pace: in molte accusano la moglie di Fassino, Anna Serafini, di avere imposto «troppe toscane» in segreteria. Anche nella sinistra ds ci si scontra: Fabio Mussi insulta i suoi che votano alle primarie Fausto Bertinotti, in Rai Claudio Petruccioli e Carlo Rognoni battagliano con il vecchio partito Usigrai di Giuseppe Giulietti. Nella Cgil il fragile Guglielmo Epifani ha fatto sì che l’area ds erede di Giuseppe Di Vittorio rischi presto di non controllare più categorie come metalmeccanici, pubblico impiego e scuola.
Diverse le cause di questa situazione. Un acuto osservatore come l’ex senatore comunista Emanuele Macaluso invita a riflettere sugli effetti della personalizzazione connessa all’elezione diretta di sindaci, presidenti di Provincia e governatori regionali. Le amministrazioni sono diventate più rapide ed efficaci, ma non c’è stata una riflessione su come la «politica» debba funzionare in questo nuovo contesto.
La personalizzazione del potere, poi, determina un fenomeno inedito tra i ds: un tempo la dialettica tra comunisti era aspra ma interna. L’unico fattore esterno (potentissimo) era Mosca. Oggi uno dei motivi dell’attacco a Bassolino è che questi ha rapporti diretti con Romano Prodi tali da infastidire Fassino (e D’Alema). Penati fa le sue operazioni più importanti concordandole con Corrado Passera (via Paolo) e con Giovanni Bazoli (via Marco Vitale) infischiandosene di federazioni e direzioni nazionali. Chi tra i ds vuole colpire Veronesi non esita di servirsi di un politico intelligente come Augusto Rocchi, segretario di Rifondazione. Franco Bassanini per sventare i disegni dalemiani sul Monte manovra direttamente con Enrico Letta (Margherita). A Torino dicono che per capire i ds locali bisogna più guardare ai rapporti tra Alfonso Iozzo ed Enrico Salza del San Paolo Imi che a questioni ideologiche.
Un altro fattore di crisi è che il potere nel partito si fonda più sulle radici del passato che sulle prospettive. Non si può essere essenzialmente degli ex comunisti, dobbiamo avere una fisionomia orientata al futuro. Ha detto D’Alema. E i ds non solo sono ex comunisti, sono anche ex ingraiani, ex Fgci, ex amendoliani. Le guerre veneziane hanno origine nelle baruffe tra Pellicani e Cacciari della fine anni Sessanta. Bassolino, diventato ultramoderato, usa ancora la sua squadretta di ex ingraiani per fare la guerra agli ex amendoliani di Napoli. Senza più nessun legame tra idee di un tempo e posizioni di oggi.
Ma sulla mancanza di prospettive dei ds vi sono anche responsabilità oggettive. La principale è di Fassino. D’Alema da segretario pensava che la politica risolvesse tutto, anche le questioni organizzative. Walter Veltroni si occupava solo di trovate immaginifiche. Fassino ritiene che a tutto si rimedi con organizzazione e sforzo personale. Il suo staff, largamente piemontese, si occupa solo di organizzazione e di imporre (ora con arroganza, ora con seduzione) sui media la parola del segretario. Ma, poi, le parole fassiniane, pur recitate con professionismo, sono solo banalità. Qualcuno si lamenta che Fassino non discuta mai veramente una scelta. Il problema è che non fa mai una vera scelta. Si considerino i «casi» più recenti: lista dell’Ulivo, Bnl, Bankitalia, Pannella nel centrosinistra, contrattazione sindacale. Chi si ricorda una posizione di Fassino che abbia stupito o creato una nuova situazione? È riuscito persino a farsi imporre il referendum sulla fecondazione da qualche mediocre burocrate. È il destino che fa le scelte per lui. Poi lui su queste scelte organizza al meglio l’organizzabile.