Faide, zuffe e spietate vendette Ecco la legge del capo branco

Miriam D’Ambrosio

Nel nome del Padre, del Figlio, della Madre e dello Spirito Santo. Ha inizio il rito, il banchetto, lo smembramento, alla presenza di quella persona in più, inclusa nel segno di croce: la Madre, Mamma Santissima, la cagna volgare e sacra con i suoi cuccioli più o meno voraci, più o meno furbi o sbilenchi. Qualche volta morti ma mai randagi. Figli che si azzuffano con i loro cappelli colorati, rosa, rosso, giallo, verde, come piume di gallo. Le loro azzuffate, i duelli, sono danza leggera sotto gli occhi vigili, divertiti, spietati e annoiati della Madre al vertice della tavolata, con l'abito candido che diventa tovaglia da giorno di festa. Questi sono i Cani di bancata di Emma Dante, l'ultimo lavoro dell'autrice e regista palermitana, che ha debuttato al Crt Teatro dell'Arte di Milano, ora è al Palladium di Roma fino al 9, sarà in Francia a gennaio e chiuderà a marzo al Mercadante di Napoli. Cani che conoscono solo la legge del capo branco, vicini, fratelli e pronti a non riconoscersi più. Undici attori bravissimi, un lavoro corale intenso, dominato da una coordinazione perfetta e da un'attrice eccellente, Manuela Lo Sicco, pilastro della Compagnia Sud Costa Occidentale. Una che in scena plasma corpo e faccia, sa essere struggente e insinuante, distruttiva e distrutta. Qui incarna Mamma Santissima, la Mafia, una santa che protegge e ordina di uccidere davanti alla sua tavola-altare.
Cani di bancata è antico rituale come tutto il teatro di Emma. La Famiglia ha i suoi riti, di qualunque famiglia si tratti. E il rito, se non celebra un'iniziazione, allora celebra un sacrificio. Tra luci rosse dei lumini, santini bruciati, scena che si crea a vista (la struttura piramidale lignea si scompone e si formano sedie, troni, scale), si consuma il pasto, lo scherno, il ricatto. Il capro espiatorio c'è. Si chiama Liborio Paglino (l'attore Stefano Miglio), capostazione, elemento estraneo, spettatore partecipe del banchetto, impaurito e compiacente. Paglino è come quei cuccioli che la cagna considera malati e non può allattare. È la parte debole. La cena è finita, Mamma Santissima ha offerto il suo corpo e il suo sangue per nutrire i figli. È tempo di velarsi di nero, sbattere la tovaglia piena di briciole, dire ai figli che i nomi non vanno più nascosti, tutto è alla luce del sole, «perché Io non esisto», dice la Madre. Questo si deve credere. E li consola, li incoraggia: «L'acqua è il business del futuro, più delle droghe». Poi, evangelicamente conclude, «andate, confondetevi tra la gente qualunque». È un lavoro rigoroso questo di Emma Dante e il messaggio è amaro. La finale consegna da parte della Madre di un'Italia a testa in giù, dove la Sicilia è un'isola a nord est, è livellamento, assimilazione, spartizione. È un'inversione totale, un capovolgimento. Cani di bancata emoziona, rapisce, stordisce, gela. Perché il teatro di Emma è pugno allo stomaco e doccia fredda, è duro lavoro dei corpi che raccontano l'anima e la sua assenza.