Faissola: «Alt a nuove tasse sulle banche»

nostro inviato a Brescia

Il secondo mandato biennale di Corrado Faissola al vertice dell’Abi è appena stato votato a larga maggioranza dai banchieri italiani. Coincide, per caso, con la vittoria elettorale di Silvio Berlusconi e del centro-destra. Di certo i due interlocutori, governo e banche, sono ora destinati a parlarsi molto. Lo conferma Faissola in questa intervista al Giornale, la prima dopo la rielezione alla presidenza dell’Associazione bancaria italiana.
Sul tavolo ci sono i dossier bollenti della crisi finanziaria e di quella economica. Ma anche la ricostruzione di un rapporto che si era interrotto, alla fine dell’ultimo esecutivo del Cavaliere, lasciando più di un attrito. Basti pensare alle asprezze di Giulio Tremonti nei confronti di parte del sistema e delle Fondazioni, all'estate 2005 dei furbetti o alle polemiche sempre vive sulle posizioni politiche di sinistra di molti dei grandi manager del credito. Ma in questo senso l’avvocato Faissola si presenta all’appuntamento con Berlusconi con le credenziali migliori per stabilire un buon contatto: culturalmente non è ostile alla maggioranza politica che si sta formando. Inoltre arriva da un’elezione che da una parte lo ha incoronato, grazie al 75% dei consensi, come pienamente rappresentativo. Dall’altra, quel 25% (di astensioni) è mancato proprio da due banchieri, Alessandro Profumo e Luigi Abete, le cui simpatie a sinistra sono tra le più che ostentate.
Presidente, come sarà l’Abi del Faissola bis? C’è un rapporto da ricucire con il centro-destra?
«Ritengo che come sistema e come associazione in particolare non si debba prescindere nei confronti di qualunque governo dall’assoluta indipendenza e dalla disponibilità alla collaborazione».
E come la metterete se il governo dovesse pensare a qualche inasprimento fiscale verso le banche? In fondo è un sistema che produce 30 miliardi di profitti l’anno. Qualche grande banchiere ha rivelato al Giornale di essere pronto a fare la sua parte.
«Alt. Io ho un’altra concezione del “fare la nostra parte”. Le banche sono imprese come le altre e già oggi hanno aliquote uguali o superiori a quelle delle altre imprese. Come Abi chiediamo neutralità fiscale rispetto alle imprese degli altri settori e ai concorrenti internazionali. Rivendico la libertà di decidere i modelli interni di organizzazione: purtroppo l’ultima Finanziaria ha rimesso in discussione questo principio. Auspico che il prossimo governo si comporti in maniera diversa. Non dimentichiamoci che le banche sono un pilastro per garantire il supporto alla struttura produttiva del Paese, in particolare alle piccole e medie imprese. Indebolire le banche, in questo delicato momento economico, mi sembrerebbe inopportuno. E chi fosse rassegnato indicherebbe di avere poca fiducia nel sistema bancario».
Le banche saranno anche sostegno importante per le infrastrutture?
«Gli interventi sono di competenza dei singoli istituti. Certo, come Abi siamo decisamente favorevoli a combinazioni virtuose tra capitali pubblici e privati, in particolare al project financing».
E la «Banca del Sud», che sta tanto a cuore a Tremonti?
«Penso sia difficile creare un grande gruppo del sud, dove operano già i big del Paese. Non è un caso che da anni gli impieghi al sud crescono più che a nord. Per questo sono molto scettico sul senso industriale della Banca del Sud. E credo che un investimento pubblico in una struttura di questo tipo non sia in linea con l’indirizzo di un governo che abbia come obiettivo lo sviluppo della libera iniziativa privata».
Avvocato Faissola, questo è il suo secondo mandato. Ma Profumo e Abete non l’hanno votata. Unicredit voleva un radicale rinnovamento, un presidente estrazione di un grande gruppo.
«Io posso dire di non essere mai stato fuori sintonia rispetto alle linee maturate nel comitato esecutivo dell’Abi, dove è rappresentato anche Unicredit, che esprime le strategie dell’Abi e dove il presidente fa la sintesi di tutte le posizioni».
Lei è il presidente designato del consiglio di sorveglianza di Ubi banca, terza banca per capitalizzazione dopo Unicredit e Intesa. Non si considera un grande gruppo?
«Lo dicono i numeri, siamo solo una posizione dietro i due maggiori gruppi italiani. A meno come “grandi gruppi” non si voglia considerare solo Intesa Sanpaolo e Unicredit. Comunque il presidente dell’Abi deve avere un consenso ampio, tenere conto di tutte le componenti, non solo dei primi gruppi».
Abete, invece, contesta che l’Abi non abbia aperto alla Consulta delle imprese, cioè a un tavolo di rappresentanza comune con Confindustria, Confcommercio e tutte le altre, preferendo fermarsi alla fusione con Ania.
«Il punto è questo è il primo passo e che non è nostra intenzione fermarci qui. Abi-Ania (che proprio domani conclude l’iter formale per l’aggregazione, ndr) tiene conto dell’omogeneità dei due business, bancario e assicurativo, ed è qualcosa di più di una consulta. Siamo partiti da lì perché i due mondi sono affini. Poi valuteremo se ci sono i presupposti per aprire un tavolo di confronto con Confindustria e con tutte le altre federazioni di imprese: c’è la piena nostra disponibilità. Non vedo altri metodi per arrivare a un risultato concreto».
E i suoi prossimi due anni saranno sufficienti?
«Questo tavolo, o si fa in due anni, o non si fa più».