Le "fake news"? Non piacciono solo se sono usate dalla parte «sbagliata»

Quello delle fake news, o meglio della post verità, è diventato un tormentone. Le pubblicazioni che si sono occupate più o meno scientificamente della vicenda sono molte

Quello delle fake news, o meglio della post verità, è diventato un tormentone. Le pubblicazioni che si sono occupate più o meno scientificamente della vicenda sono molte. Oggi vogliamo segnalare un titolo molto interessante: Chi ha paura della post-verità (Marietti) scritto da Giovanni Maddalena (filosofo, torinese di nascita, molisano di adozione, cattolico, figlio di uno dei pochi magistrati italiani che non si vergognava ad entrare in aula di tribunale durante i duri anni '70 con il Giornale sotto al braccio) e da Guido Gili, sociologo della comunicazione.

È un libro breve e riassume alcuni percorsi di filosofia con particolare attenzione alle tecniche di comunicazione. Ma soprattutto ha una parte dedicata alle pratiche giornalistiche e un finale decisamente meno scontato di altri testi analoghi. La tesi di fondo è che le fake news sono sempre esistite e che non piacciono ora perché sono state usate dalla parte «sbagliata». Così gli stessi che si sono lamentati per 50 anni dell'autoritarismo della verità, costruendo una cultura avversa a essa, ora se ne fanno paladini. E forse la soluzione non è mettere regole e autorità etiche o fare più corsi di pensiero critico. Ma serve un tipo di educazione a un realismo vero.

Insomma un approccio contro-intuitivo, visti i tempi che corrono. I due fenomeni, che i due studiosi individuano, è «l'ingresso sulla scena pubblica e comunicativa internazionale di nuovi attori imprevisti e sgraditi. L'allarme è legato al fatto che delle tecniche e pratiche manipolatorie ad alto potenziale si sono appropriati soggetti non autorizzati, secondo la prospettiva liberale e progressista: Trump, i sostenitori della Brexit, i leader antieuropeisti, Putin e i propagandisti dell'Isis. Questi nuovi attori della scena politica e mediatica hanno mostrato di sapere usare i media altrettanto bene, se non meglio, dei soggetti fino a oggi (auto)legittimati a farlo, cioè i partiti tradizionali, le grandi agenzie di stampa, i media mainstream e i padroni di internet, sovvertendo logiche e gerarchie consolidate». Ciò si combina al fatto che «Dal punto di vista sociale e politico è emersa in vasti strati della popolazione dei paesi occidentali (e non solo) una diffusa esigenza di partecipazione e protagonismo che ha scavalcato le forze politiche tradizionali, anche avvalendosi dei nuovi media creati dalla rivoluzione digitale».

Le risposte mainstream a questo stato di cose sono deboli. L'idea che i media e l'establishment hanno di iniettare un nuovo pensiero critico nelle «masse», rischia di alimentare una società della diffidenza, che è proprio la benzina con la quale è nata la disintermediazione informativa. Mi sembra un'obiezione intelligente e originale. Colta è anche la critica alla seconda ricetta per combattere le fake news e cioè ricercare nel dato la verità, esasperandone la sua funzione: «Questa visione porta a riscrivere l'affermazione nietzscheana secondo cui Non ci sono fatti, ma solo interpretazioni, al contrario: non ci sono interpretazioni, ma solo fatti (prevedibili e banali)».

Per i nostri, la soluzione è più complicata, e viene battezzata «il realismo ricco». Un modo di leggere la realtà cui comunicazione e conoscenza devono interagire diversamente. Una risposta non semplice. Ma d'altronde la ricetta magica, magari affidata allo Stato, non è quello che ci aspettavamo. Ecco un libro da leggere, per non farsi trasportare dal fiume della post verità che ci vuole spiegare come superare la post verità stessa.