Falce e martello: nostalgia che dimentica milioni di morti

Il manifesto ha lanciato una campagna per salvare la falce e il martello, simboli dell’ideologia comunista ormai scomparsi dalle schede elettorali. L’appello vede già duecento firmatari, gli immancabili Vattimo e Hack in testa. Le motivazioni sono nobili, piene di fierezza: «La falce e il martello hanno sempre evocato un mondo nuovo, senza guerre e senza oppressioni. Il martello richiama la condizione operaia, la falce ricorda la schiavitù dei contadini». «La falce e il martello sono stati e rimangono i simboli universali del lavoro, in essi si addensano i valori della libertà, dell’emancipazione, dei diritti, della dignità di tutti gli sfruttati». Un capolavoro.


Perché limitarsi ai soliti Vattimo e Hack, caro Danubi? Tutti i nomi dei firmatari - gente tosta, gente che non intende «abbandonare il progetto strategico di cambiare il mondo», dicesi il mondo - meritano la dignità di stampa. A cominciare da Delfina Tromboni, di professione «femminista», o da Porpora Marcasciano, la cui attività è «vice presidente nazionale Movimento Identità Transessuale», o da Massimo Munno, che si qualifica «curva sud Cosenza calcio», per finire a Quirino Treforti, che fa il «partigiano», gran bel mestiere. Insieme agli altri 196 (compresi Vattimo e Hack) dicono «no» alla cancellazione, dai simboli del Prci e di Rifondazione, della falce e martello. Un «no», il loro, «denso di futuro». Diciamo pure denso di roba già di per sé densa, se si tiene conto che nella falce e nel martello «si addensano i valori della libertà, dell’emancipazione, dei diritti, della dignità di tutti gli sfruttati». Anche se, denso per denso, potevano benissimo aggiungere che vi si addensa altresì una montagna di morti ammazzati. Solo di contadini, i kulaki, Baffone ne ha fatti fuori due-tre milioni. Da aggiungere agli altri milioni, svariati milioni, una ventina almeno, fatti fuori alla spiccia o prendendo tutto il tempo necessario nei gulag. Amene località dove si poteva toccare con mano l’impegno del comunismo per affermare «i valori della libertà, dell’emancipazione, dei diritti e della dignità di tutti gli sfruttati».