Falce, martello e limousine ecco il neocomunismo cinese

da Pechino

Si chiude oggi il congresso del maggior partito comunista del mondo, 73 milioni di iscritti, svoltosi all’insegna dell’esaltazione dell’economia privata nello sviluppo e nel crescente benessere. Ieri sono stati eletti i membri del comitato centrale, da una lista di nomi superiore ai posti disponibili, quindi con una certa possibilità di scelta con un margine dell’8%. Certa la conferma di Hu Jintao, dal 2002 capo del partito, domani la formazione del vertice, con volti nuovi.
Da noi c’è chi vuole che i ricchi piangano, qui il potere li esalta, dopo aver per decenni fatto piangere tutti. E non solo piangere. A parte i dirigenti politici, la star del congresso è stata una capitalista. Bella e sexy, in tailleur manageriale di gran griffe italiana, stivali dai tacchi alti, la signora Chen Ailian, 49 anni, uno dei 2.200 delegati, è arrivata ogni mattina al congresso alla guida della sua Rolls Royce. Fino al ’94 faceva la camionista, poi avviò una piccola impresa per pezzi di ricambio, divenuta la Wangfeng Auto Holding Group, di cui è a capo, la maggior industria di cerchi in lega dell’Asia e una delle prime 50 di componentistica, che dà lavoro a centomila persone. I giornali la omaggiano come esempio del contributo privato allo sviluppo e del crescente status dei suoi esponenti. Con lei esaltano un altro delegato che sfoggia la sua imponente limousine con la bandierina rossa con falce e martello, spiegando di «tener caro il vessillo del partito sperando che continui a benedirmi nella vita». Ha un’industria di confezioni avviata nel ’94, un fatturato l’anno scorso di 60 milioni di dollari.
Sono oltre tre milioni gli imprenditori di alto livello iscritti al partito, e insieme con manager, intellettuali, professionisti, proprietari di piccole e medie imprese, costituiscono il “nuovo strato sociale”, da cui viene il 14 per cento dei nuovi membri. Per loro l’iscrizione - molto selettiva - è una sorta di assicurazione, sostegno all’attuale linea, entrata in un club esclusivo, benché di oltre 73 milioni, in cui coltivare relazioni che contano. Sono oggi 345mila i milionari in euro, e alcune centinaia i miliardari. Il Quotidiano del popolo esalta questo nuovo strato di «50 milioni di persone che possiedono o gestiscono patrimoni per 1.300 miliardi di dollari, danno lavoro ogni anno a 6 milioni di giovani in età lavorativa, e direttamente o indirettamente contribuiscono per un terzo alle entrate tributarie».
Il partito si apre a esso per rappresentare tutta la società restando partito unico: i nuovi ministri della Sanità e della Scienza non sono iscritti. Il Politburo, uso a comandare in modo inappellabile, da tempo convoca studiosi per ascoltarne lezioni su questioni sociali poste dallo sviluppo. Con le riforme, all’inizio tutti vincitori. Adesso vincitori e vinti, crescenti disparità sociali e regionali. A Shanghai il reddito pro-capite è di diecimila dollari, nelle regioni interne tredici volte di meno. Dal 2002, il Pil è salito da 1,6 trilioni di dollari a 2,8, il reddito pro-capite raddoppiato da mille a duemila dollari. Ma nelle campagne è meno di un terzo che nelle città. E ancora una ventina di milioni di persone «non hanno di che nutrirsi, di che vestirsi, né un tetto per ripararsi».
In alcune imprese straniere è stata imposta la sindacalizzazione dei dipendenti, mentre si predispone la formazione di cellule e sezioni del partito nelle maggiori compagnie. In vista del congresso, autorevoli teorici e studiosi hanno chiesto apertamente riforme politiche, non più solo economiche, per risolvere le questioni sociali. Nuova sinistra e vecchie canizie hanno invece denunciato su un sito web il tradimento del comunismo con questo «innaturale matrimonio col capitalismo», chiedendo l’espulsione dal partito dei tre milioni di capitalisti. Il sito è stato fatto subito chiudere. L’eutanasia ideologica avviata con le riforme si compie. I ricchi stiano tranquilli: il sistema comunista resta autoritario, ma dovendo anche a loro il successo economico dell’intero Paese, non intende farli piangere.