Il falco accerchiato

Scontro frontale e trattative a oltranza. Sono forse le due sole cose che hanno in comune George Bush, presidente repubblicano e «falco», e il Congresso degli Stati Uniti controllato dai democratici e, adesso, vivaio di «colombe». L’argomento è, naturalmente, l’Irak, dopo che i due rami della branca parlamentare del potere americano hanno trovato una provvisoria concordia nelle loro richieste, apparentemente ultimative e ad ogni modo, nella forma attuale, inaccettabili da qualunque presidente, anche meno «militante» dell’attuale. Almeno in apparenza, è un ultimatum: tutti a casa, da Bagdad e dintorni, entro esattamente dodici mesi da oggi, senza riguardo alla situazione sul terreno. L’equivalente di una «dichiarazione di sconfitta», ammonisce da settimane la Casa Bianca. Un testo senza possibilità numeriche di essere approvato dalla maggioranza necessaria, il 60 per cento in entrambe le assemblee parlamentari, ma che ha già una sua efficacia politica, perché alla richiesta è associata una possibile «stretta» nell’erogazione di fondi per le operazioni militari, in una forma complessa che coinvolgerebbe non soltanto il sempre più discusso impegno in Irak, ma anche le operazioni in Afghanistan, che per l’America non sono dettate da ambizioni egemoniche, ma da autodifesa.
Ecco allora Bush di fronte a una doppia necessità. Egli può denunciare di nuovo la «irresponsabilità» dei suoi avversari politici, addirittura rimproverarli di «esautorare i comandi militari, demoralizzare le truppe, fare il gioco del nemico». È il tema di fondo dell’appello che egli ha lanciato durante un «consiglio di guerra» cui ha invitato non solo i leader parlamentari, ma tutti i senatori e i deputati repubblicani. Ma può anche cercare una qualche forma di compromesso, più o meno sottobanco; ed ecco infatti un portavoce della Casa Bianca far sapere che se i leader democratici «sono pronti a parlare, anche noi lo siamo al fine di produrre per il Pentagono una copertura di spese che non richieda un veto del presidente». Ciò risponde alle preoccupazioni dello Stato Maggiore: se i fondi non arriveranno in tempo, i soldi si dovranno trovare altrove, sbilanciando l’intero budget.
La replica dei democratici è che se Bush metterà il veto «sarà lui a pagare il prezzo. Sarà lui a creare una situazione che mina il morale dei soldati più di quanto qualsiasi altro presidente abbia fatto». Entrambe le parti, naturalmente, parlano con un occhio all’opinione pubblica, che è in parte confusa: la maggioranza desidera che i militari continuino a non mancare di nulla, ma una maggioranza altrettanto solida desidera che sia fissata una data per il disimpegno dall’Irak. Se non si raggiungerà un compromesso è meno probabile che, come Bush spera, l’opinione pubblica abbia un sussulto patriottico contro i democratici, piuttosto che continui la progressiva erosione dell’appoggio a Bush in seno al Partito repubblicano. La «colla patriottica» tiene ancora, ma dalla prima alla seconda votazione due senatori repubblicani (Hagel del Nebraska e Smith dell’Oregon) hanno passato il Rubicone votando per il testo democratico, che ha portato il totale a 51, ancora lontano dal minimo richiesto di 60.
Ma le pressioni su Bush vengono ora anche da altri fronti: il re saudita Abdullah ha per la prima volta denunciato l’«occupazione illegale dell’Irak da parte di forze straniere», guardandosi bene invece dal criticare la presenza militare Usa e alleata in Afghanistan. C’è una coincidenza, non casuale, con l’atteggiamento dell’opinione pubblica americana, che sempre più distingue fra i due conflitti e li contrappone. E invita Bush a «lasciar perdere» l’Irak e concentrare la potenza americana «contro la vera guerra al terrore, che è quella in Afghanistan». Lo dice Nancy Pelosi, lo ripetono tutti gli aspiranti democratici alla Casa Bianca, da Hillary Clinton a Barak Obama. Anche se non è un’opinione condivisa da tutti. Gli ormai rarefatti falchi neoconservatori negano questa contrapposizione e la interpretano come «una differenza morale e sentimentale» a vantaggio della «guerra pulita». E rispondono che comunque oggi il teatro di guerra iracheno è centrale. «Domandate a un marziano - scrive Charles Krauthammer - che guarda il nostro pianeta da lontano e vede da una parte un angoletto montuoso e periferico e dall’altro il centro strategico del Medio Oriente».
Alberto Pasolini Zanelli