Il falco della lotta armata ospita i terroristi in fuga

da Milano

Erano ancora anni in cui la malavita aveva un codice d’onore. Eppure, allora si capì subito che quel tipo non c’entrava con la mala. Era la fine di marzo. Il 26, per essere precisi. Gli anni Settanta erano appena cominciati e un uomo si era aggrappato alla caviglia di un altro uomo. Non voleva lasciarlo scappare con il bottino. Ma il cattivo si gira, prende la mira e spara a freddo. La Lambretta fatica, ma sgomma via con l’assassino e un complice. Sull’asfalto rimane il corpo senza vita di Alessandro Floris, 31 anni, di professione fattorino allo Iacp di Genova.
È il ’71: preistoria per i cellulari, ma il caso volle che uno studente universitario avesse appena acquistato una macchina fotografica e volesse provarla. E in quell’attimo era lì: mentre il cattivo sparava e il buono cadeva. Lui fece clic e la foto fece il giro d’Italia.
Alla polizia servì per acciuffare subito il cattivo, al secolo Mario Rossi, un nome e un cognome che in Italia si mimetizzavano tra i numeri. Ieri è rispuntato alla cronaca per aver dato riparo a un super ricercato spagnolo, Antonio Lago Iglesias, allora fu processato per direttissima e condannato. Il 18 aprile ’73, la sentenza fu confermata: ergastolo. Che Rossi non fosse un pesce piccolo lo si capì lo stesso giorno ma di un anno dopo, quando nella rete dei sequestri finì un giudice: Mario Sossi. Sempre Genova. «Lo prendemmo la sera, verso le otto. Non oppose resistenza e i compagni lo caricarono senza troppa fatica dal portellone posteriore. L’unico contrattempo fu la portinaia. Cercò di intervenire correndo davanti al furgone» rievoca Alberto Franceschini. Sarebbe diventato un leader delle Br, ma anche per la stella a 5 punte era ancora preistoria.
Quel giudice invece era stato il pm al processo contro il Gruppo XXII ottobre, creatura del cattivo Rossi che, barba lunga e pugno chiuso, dietro le sbarre sfidava i giudici a dargli l’ergastolo. Ma Sossi, dalla toga alla prigione del popolo, era diventato una pedina: i rapitori, che non erano comuni banditi, rivolevano libero Rossi e i suoi. Nel comunicato n. 4 parlavano chiaro: «Gli otto compagni dovranno essere liberati insieme in uno dei seguenti paesi: Cuba, Corea del Nord, Algeria. Dovranno essere accompagnati da persone di loro fiducia. Mario Rossi dovrà confermare l’avvenuta liberazione. Entro 24 ore avverrà la liberazione anche di Mario Sossi. Questa è la nostra parola».
La Procura di Genova si spaccò: le colombe, commosse dalle parole del prigioniero, volevano Sossi libero costasse quel che costasse, i falchi opposero la ragione di uno Stato di diritto che non doveva cedere ai ricatti. E il suo profeta era Francesco Coco, procuratore generale. Lo Stato di diritto non cedette e Sossi fu liberato ugualmente. I terroristi si convinsero di aver vinto per aver tenuto la Procura sotto scacco, lo Stato credette di aver vinto per aver liberato il giudice. Finì all’italiana, insomma. Ma non per i terroristi che a Coco la giurarono.
Sempre Genova. Salita Santa Brigida è una scalinata stretta e ripida, pieno centro. Sotto la Lanterna pesa una cappa di caldo, è l’8 giugno all’ora di pranzo. Il magistrato sta andando a casa, lo accompagna l’agente di scorta Giovanni Saponara e i due stanno per raggiungere l’auto dove l’appuntato Antioco Deiana aspetta alla guida. Un inferno di piombo scoppia all’improvviso e li lascia tutti e tre senza vita. Il volantino è firmato dalla stella a 5 punte. Ma allora, nel ’76, Rossi è ancora in carcere: fa l’irriducibile, non si pente neanche quando la lotta armata è al capolinea. Però è un detenuto modello e nel ’90 esce per buona condotta: semilibertà. Passerà altro tempo per la piena libertà. Ora il cattivo è diventato «buono» e lavora in una cooperativa, ma a tempo perso ospita in casa i terroristi in cerca d’asilo. E quel filo rosso perso nei carrugi di Zena riemerso in una calda serata di agosto in quel di Novara ora toglie il sonno agli investigatori delll’antiterrorismo.