Il falco di Teheran a Bush: vuoi dominare il mondo

Alberto Pasolini Zanelli

da Washington

Secondo Hugo Chavez, George Bush è il Diavolo. Il presidente venezuelano lo ha detto nell’aula plenaria dell’Onu, dove in effetti si respira da alcuni giorni, per riprendere una sua espressione, un forte «odore di zolfo». Ma ad incendiare l’atmosfera non sono state le parole dell’eccentrico e immaginifico ex colonnello sudamericano, bensì lo scontro fra i due inevitabili protagonisti di una sessione al Palazzo di Vetro che in altre circostanze sarebbe stata largamente cerimoniale: l’America e l’Iran. George Bush aveva parlato duro contro la politica di Teheran, Ahmadinejad ha risposto durissimo con un attacco a fondo agli Stati Uniti. Ha difeso il suo programma nucleare, è passato al contrattacco sulla Palestina, sul Medio Oriente in genere, sulla posizione stessa degli Stati Uniti nel mondo. Un duello oratorio (anche se indiretto, dal momento che i protagonisti hanno accuratamente evitato di ascoltarsi l’un l’altro) che non ha contribuito a distendere l’atmosfera, anche se il risultato immediato è un rinvio, non un anticipo delle sanzioni. Bush ha raccolto consensi per i suoi richiami alla democrazia in generale, ne ha trovati pochi nella intenzione di sanzioni immediate all’Iran. Il voto pare dunque slittato, ma una volta tanto un dibattito «diplomatico» è servito a chiarire le posizioni delle parti e a confermarle inconciliabili. Se le sanzioni saranno probabilmente rinviate, un duro scontro è invece più probabile e forse più vicino. E non sono escluse misure militari, o dirette o indirette come un blocco navale; e in questo campo l’America non ha bisogno di consensi né di alleati.
Polarizzazione è dunque la parola d’ordine, resa anche plasticamente visibile da due cortei contrapposti confluiti verso la sede delle Nazioni Unite: uno contro la guerra in Irak, l’altro, espressione della Comunità ebraica, contro la presenza di Ahmadinejad a New York. L’Iran, invece di difendersi, ha contrattaccato. Ha scagliato contro l’America una raffica di accuse: aspira a un «dominio mondiale», è colpevole di invasione illegale dell’Irak, è un pericolo per l’umanità. Proprio un pericolo nucleare perché se quelle armi sono una spada di Damocle, lo sono «soprattutto nelle mani di chi ha il lugubre precedente di averle utilizzate contro l’umanità» (evidente allusione a Hiroshima e Nagasaki). Né Ahmadinejad ha risparmiato l’Onu, accusata di essere uno strumento dell’egemonia americana, un foro in cui gli Stati Uniti sono al tempo stesso «magistrati, giudici ed esecutori delle condanne».
Toni velenosi, riecheggiati puntualmente dal compare Chavez, che ha definito l’intervento di Bush all’Onu «il linguaggio della dominazione, dello sfruttamento e del saccheggio dei popoli di tutto il mondo». Il Diavolo, appunto. Anche se, trascinato dalla foga, l’uomo di Caracas forse non si è accorto, nelle sue tirate contro l’Onu e in particolare contro il diritto di veto, di marciare in sintonia proprio con l’ambasciatore Usa al Palazzo di Vetro, il superfalco Bolton.
Un’atmosfera che ha reso ancora più difficile il compito del penultimo oratore della giornata, Romano Prodi. Fuori dal foro, tuttavia, sembra aver prevalso ancora la moderazione: Bush, molto duro sull’indomani, pare sostanzialmente avere accettato un rinvio delle sanzioni per ora e un rinnovo del mandato a Javier Solana per altri colloqui con il responsabile iraniano Larijani.