Come falene bruciate al fuoco del successo

«La morte della farfalla» di Pietro Citati: una rilettura dell’esistenza dissennata di Zelda e Francis Scott Fitzgerald, tra eccessi, vanità e follie. Con sullo sfondo il demone della giovinezza, sogno eterno della poesia

A pochi scrittori come a Francis Scott Fitzgerald il destino concesse di conoscere il lato felice e leggero e quello cupo e rovinoso dell’esistenza. In lui e in sua moglie Zelda - così simile, consustanziale a lui che scoppiavano roghi spaventosi a ogni loro contatto - amore e egoismo, eleganza e malattia, successo e disfatta, incoscienza e consapevolezza si svilupparono all'eccesso, dando vita a una delle più mondane e tragiche storie di amore e di morte del secolo scorso.
Fitzgerald è così moderno, così nostro contemporaneo perché seppe dar corpo ai demoni della giovinezza, e con ciò parlare non soltanto ai giovani degli Anni Venti, dell'Età del jazz, ma a quelli di ogni tempo. Chiunque ami la giovinezza, sa che nessuno la definì meglio di Fitzgerald quando scrisse che è un sogno, una specie di follia «chimica». La giovinezza è turbata, estatica, feroce, vulnerabile, una reazione in cui tanti elementi convergono e impazziscono. Per questo avrà sempre a che fare con la poesia. E per questo gli autori che l'hanno intercettata nei loro libri rimarranno per sempre con noi, più vicini e fraterni.
Confesso il mio debole per l'autore di Tenera è la notte. Tengo sempre a portata di mano i suoi libri. Spesso li apro a caso e leggo: Fitzgerald funziona benissimo ad apertura di pagina, tanto il suo stile è terso, felice, perfetto, e tante sottotracce di pura poesia scorrono nel tessuto narrativo dei suoi romanzi e dei suoi racconti. Penso a tutto questo mentre leggo d'un fiato La morte della farfalla di Pietro Citati (Mondadori, pagg. 115, euro 13), un breve libro delizioso che è tutto focalizzato sulle figure e le vicende di Scott Fitzgerald e di Zelda, e le fa rivivere con una grande grazia acuminata e una penetrazione critica che il tono leggero e arioso dissimula ma non sminuisce. Fitzgerald ci appare meraviglioso nelle sue contraddizioni e nelle sue insicurezze. Cerca lo sfavillio del mondo, tutto riflessi e luci, e ascolta in sottofondo la musica tragica delle cose perdute.
È ossessionato dal pensiero di dover piacere, è un vanitoso, un mitomane. Guadagna e spreca il denaro con la stessa incosciente facilità. È generoso, ma sa diventare geloso, meschino, autodistruttivo. Beve non come Poe o De Quincey o Baudelaire, per affondare nei risvolti segreti dell'essere, ma per supplire al proprio complesso di inferiorità. Si sente inferiore ai grandi ricchi, agli uomini provvisti di fascino naturale, a sua moglie, Zelda Sayre, sposata perché era la donna con più corteggiatori di tutta l'Alabama.
Zelda a sua volta è un personaggio di formidabile spessore. Citati ne dà un ritratto partecipe e tenero, sembra quasi che parteggi per lei nello scontro con il marito. Se entrambi furono vittime, forse Zelda fu più vittima ancora. La bella ragazza del Sud, il volto freschissimo, i capelli luminosi, «una emozionante chiazza di bellezza nella natura», nasce nella razza dei felici cui la vita sembra non riservare che scosse di piacere: correre, saltare, ballare, bere, ricevere regali. Fitzgerald la corteggia attraverso i doni: un pigiama, un anello, un ventaglio di piume, un golf, un orologio di platino.
Tutta la vita deve essere un dono, anche il sole che arriva sul tavolo della colazione è dolce come un pacchettino di regali per lei. Il matrimonio dei due è del 1920. La partenza per l'Europa, Parigi, la Costa Azzurra, è del 1924. È nata la piccola Scottie. C'è una foto che li immortala, la bimba con il padre e la madre, in un passo di danza da musical, aereo e swingante, come non riuscirà in seguito neppure a Fred Astaire. Ma presto tutto cambierà di segno, la luce si riconvertirà nel buio, la «regina delle farfalle» non sarà più che una falena attratta insensatamente dal fuoco. La vita dei due va avanti tra litigi, sprechi, bevute, incomprensioni e crudeltà. Zelda tradisce, si ammala, si fa della danza, del sogno di diventare una grande danzatrice, una ossessione torbida e patetica. Comincia il calvario delle cliniche psichiatriche. Fitzgerald pubblica i suoi capolavori: tale è considerato Il Grande Gatsby da Eliot e da Cocteau, tale è Tenera è la notte, anche se il successo di pubblico non gli arrise.
E poi, lontano da Zelda, inizia a vivere a Hollywood da paria, da scrittore fallito. Lo conforta appena l'affetto di una avventuriera come Sheilah Graham. La fabbrica del sogno americano non fa per lui, ne decreta l'oblio e la rovina. Zelda, da parte sua, ridotta in una solitudine e in una clausura che la avvicinano a certi personaggi di Truman Capote e di Tennessee Williams, morirà più tardi ma in modo più atroce, nell'incendio dell'ospedale in cui era ricoverata.
Fitzgerald e Zelda furono alla fine riavvicinati dalla comune sepoltura. Citati chiude il suo libro riportando le parole che probabilmente Scottie fece incidere sulla lapide: «Così continuiamo a battere l'acqua, barche controcorrente, risospinte senza posa nel passato». Sono le parole con cui finisce Il Grande Gatsby, e io credo che nessun romanzo della letteratura mondiale finisca con altrettanto sconsolato lirismo e altrettanta definitiva bellezza.