Faletti: "Mi manca il teatro. Ma ora scrivo fiabe per adulti"

Comico, cantante, paroliere, attore di cinema, autore e scrittore. L'ex Vito Cattozzo è "onnivoro". Ora vive all’Isola d’Elba. "Tutto il giorno al computer, nei ritagli di tempo mangio"

La colonna sonora è sempre quella dell’Isola d’Elba, dove Giorgio Faletti vive. Non dell’Isola turistica, ma di quella più ruvida, più nascosta, più salmastra. E fargli un’intervista significa scavare nei cinque sensi.
Olfatto, ad esempio. Faletti ha imparato a conoscere l’odore delle librerie. Quando ha portato al suo editore Baldini Castoldi Dalai la raccolta di racconti Pochi inutili nascondigli ci credevano in pochi.
Invece.
«Invece è la prima volta che un’antologia di racconti vende 300mila copie e va verso le 500mila di previsione. È qualcosa che ha lasciato senza parole prima me, poi il mio editore. Molti, magari, l’hanno comprato sulla fiducia, perché avevano amato i romanzi, ma poi c’è stata una progressione straordinaria».

La critica, in generale, è stata positiva. Sul Giornale è uscita una stroncatura.
«In generale, il responso della critica è stato buono. Quando ne trovo di negative le leggo con attenzione e le valuto. So di fare letteratura di genere e non mi sono mai venduto come il nuovo Hemingway o come l’erede di Joyce. Comunque, credo che il giudizio che conta più di tutti sia quello del pubblico».

Quindi, pensa che le classifiche siano un buon termometro?
«Mi piacerebbe che le classifiche letterarie tenessero conto anche dei libri venduti all’autogrill o nella grande distribuzione, cosa che invece non avviene quasi mai. Non è che il libro di Saviano è più brutto se viene venduto anche al supermercato. Soprattutto, questo pregiudizio nei confronti della grande distribuzione è solo letterario. Nella musica, ad esempio, il cd di De Gregori ha lo stesso valore se è venduto all’autogrill o in un negozio di dischi».

Oppure, il gusto. Parlare con Giorgio Faletti è sempre un’esperienza che arricchisce, mai indifferente. Ma rileggendo le vecchie interviste in cui parlavamo della possibilità di trarre film dai suoi romanzi, resta un po’ di amaro in bocca.

Faletti, perché non sono mai usciti i film tratti dai suoi libri, da Io uccido in poi? Avevamo addirittura discusso di papabili interpreti e di registi sognati.
«Abbiamo venduto i diritti per tutti e tre i romanzi e quindi i produttori ne dispongono come vogliono».

Se le dicessero di sceneggiarli?
«Direi di no».

Se le dicessero che iniziano le riprese domani?
«Crederò ai film tratti dalle mie opere solo quando, in una sala cinematografica, avrò visto i titoli. Ma quelli di coda, non quelli di testa».

Certo, la vista. L’occhio. Per una generazione, la mia, Faletti è stato qualcuno che vedevamo in televisione. Prima di leggerlo su una pagina di un best-seller. E quindi le incursioni nel cinema sono il punto di contatto con «quel» Faletti, uno dei tanti, multiformi, Faletti.
Dai film che non si fanno, a quelli fatti. Lei è stato il protagonista di due pellicole della stessa factory, quella di Fausto Brizzi e di Marco Martani: Notte prima degli esami, grandissimo successo, e Cemento armato, grandissimo insuccesso.
«Il primo era un film trasversale, per tutti, in cui ciascuno poteva riconoscersi. Cemento armato era un film di genere, era sbagliato aspettarsi troppo. E il fatto che il premio Magna Grecia con in giuria Mario Monicelli, Ugo Gregoretti ed Ettore Scola abbia preso in considerazione la mia interpretazione, credo che testimoni che non era poi così male».

Tornerà sugli schermi?
«Avrò un ruolo nel film di Tornatore, di cui ho potuto ammirare la grandezza registica sul set. È un cameo, ma mi riempie di orgoglio».
Oddio, ma un cameo è una robina di pochi secondi o minuti.
«Sì, ma sono l’unico non siciliano a cui è stato proposto. Un’emozione tangibile».

Già il tatto. Di fronte a Faletti, che oggi coglie i suoi successi in campo letterario e cinematografico, viene da chiedersi se non gli manca il contatto con il pubblico. Il sudore, la mano addosso, la pacca sulla spalla.
Può un attore che ha calcato i palchi fare a meno del respiro della gente?
«Sarei ipocrita se non ammettessi che il sipario un poco mi manca. Mi manca, mi manca. Quello che non mi manca è la ripetitività».

E come colma la mancanza?
«Cerco di rimediare, ad esempio, con gli incontri con l’autore. Per mia natura, sono portato a confrontarmi, a scherzare, a divertirmi, a interagire con chi ho davanti. Mi piace far divertire e poi avvertire il cambio di tono: anche nei racconti c’è un personaggio simile. La vita di tutti noi è fatta di battute, a volte si fanno battute anche ai funerali».

L’udito, resta l’udito. Parlare di Faletti, vuol dire parlare di musica. E non solo per la pelle d’oca di Minchia signor tenente, che poi si intitolava solo Signor tenente, e ci commosse e ci rapì a Sanremo. Faletti ad esempio ha scritto l’ultimo disco di Milva, aveva lavorato con Angelo Branduardi...
Milva o Branduardi?
«Con Branduardi avevo scritto solo testi, per Milva ho fatto anche le musiche, del brano di Sanremo e di tutto il disco».

Comunque vada è stato un successo?
«In un mercato discografico più che disperato, il disco è andato bene in Germania, in Giappone... Milva ha un pubblico suo, fedelissimo, è l’ultima vera diva. Poi, certo, non è Fabri Fibra, non potevamo puntare al pubblico dei giovanissimi... Ora sto pensando a nuove collaborazioni, ma ne parlerò solo dopo che sono andate in porto».

Lei è onnivoro.
«Appena avrò tempo finirò anche un libro di fiabe per adulti che sto facendo con un famoso illustratore mio amico. Ora le sto musicando. Mi diverte, mi rilassa».

Ma scusi, quando scrive musica?
«Dopo tre-quattro ore al computer per scrivere il romanzo nuovo...».

...A proposito, quando uscirà?
«Forse a dicembre. Ma uscirà quando è pronto, non quando lo impongono le stagioni editoriali».

Quindi, quando scrive?
«...dopo tre-quattro ore al computer, mi volto e scrivo musica».

Le resta tempo?
«Ogni tanto mangio».