Fallimenti, via libera del governo alla riforma

Il ministro Castelli: «Aumenta la competitività del sistema Italia». Entro novembre l’approvazione delle Camere

Laura Verlicchi

da Milano

Rivoluzione copernicana per il diritto fallimentare. La riforma approvata ieri dal Consiglio dei ministri rinnova un ordinamento, fino a ieri governato da una legge vecchia di oltre sessant’anni, capovolgendone la filosofia di base e togliendo all’imprenditore fallito, ma in buona fede, il marchio dell'infamia. «Non è più considerato come il colpevole meritevole di non avere diritti civili e di non votare più per cinque anni, ma come un imprenditore che può avere avuto un infortunio durante la sua attività», spiega il ministro della Giustizia Roberto Castelli. «In questo modo si cerca di salvare un patrimonio aziendale fatto di beni immateriali e il corpo vivo dell’azienda». E ancora «il nuovo dominus di tutto l’iter procedurale non sarà più il giudice ma lo saranno il curatore e il comitato dei creditori. Il magistrato è una sorta di arbitro che sorveglia sulla legittimità degli atti», ha spiegato ancora il Guardasigilli.
Il provvedimento promette anche tempi più rapidi per le procedure fallimentari e abolisce l’amministrazione controllata, resa superflua dall’introduzione del concordato. Cambia profondamente anche la disciplina delle conseguenze civili del fallimento, introducendo il nuovo istituto dell’esdebitazione. Se il debitore ha tenuto un comportamento corretto durante la procedura, cioè, potrà essere ammesso al beneficio della liberazione dai debiti residui nei confronti dei creditori concorsuali. L’obiettivo è quello di consentire agli imprenditori di riavviare nuove iniziative economiche senza pagare oltremisura le conseguenze del cattivo esito di imprese precedenti.
Viene inoltre ampliata l’area di esenzione del fallimento a favore dei piccoli imprenditori, per evitare automatismi e garantire che siano prese in considerazione situazioni davvero significative per gli interessi coinvolti. Si considerano piccoli imprenditori gli esercenti un’attività commerciale in forma individuale o collettiva che hanno effettuato investimenti nell’azienda per un capitale di valore non superiore a 300mila euro e insieme , o alternativamente, hanno realizzato (in qualunque modo risulti) ricavi lordi, per un ammontare complessivo annuo fino a 200mila euro calcolati sulla media degli ultimi tre anni o dall’inizio dell’attività se di durata inferiore. Si prevede la rivalutazione di tale limite ogni cinque anni secondo gli indici Istat con un decreto interministeriale.
Per il ministro Castelli, questa riforma rappresenta «un altro fiore all’occhiello di questa legislatura». Infatti «accresce la competitività del sistema e ci pone al pari dei Paesi più moderni. La capacità di attrarre investimenti - ha osservato il Guardasigilli - è anche legata a una legislazione capita e condivisa dagli stranieri».
Certamente si tratta di una legge attesa da numerose categorie professionali, banche e imprese in primo luogo, ma anche da professionisti e fisco, che ha visto la luce dopo un’impasse durata diversi mesi. Il provvedimento attua la delega contenuta nella legge sulla competitività e lo sviluppo, che scade a novembre, termine entro il quale il testo dovrà incassare, dopo il parere delle commissioni parlamentari, il via libera definitivo. Castelli ha ricordato che la strada è stata in salita anche a causa dei problemi sollevati da banche e imprese. «Quando sembrava che il decreto fosse ormai vicino all’approvazione - ha svelato il ministro della Giustizia - è arrivata una segnalazione del mondo delle banche e delle imprese, che dicevano: se il testo è questo, meglio non farne nulla. A quel punto ci siamo seduti attorno a un tavolo fino a quando non è stato trovato l’accordo».
Ora il provvedimento passa alle Camere per un parere che deve arrivare entro 60 giorni. Ma prima ancora della stesura definitiva arrivano alcuni giudizi critici, come quello del fiscalista-tributarista Franzo Grande-Stevens: «Questa riforma va nella direzione opposta a quella di un sistema economico liberale. In questo modo si va infatti a minimizzare il rischio d’impresa alla base di un vero capitalismo evoluto». Positivo invece il giudizio di Unioncamere, che giudica le nuove norme coerenti con le crisi imprenditoriali.