Fallimento che mette a rischio la democrazia

La Confindustria e i tre sindacati protetti dal governo Prodi hanno dichiarato che vogliono la legge elettorale. E si comprende bene perché il governo ha scelto di trattare con loro, invece che con il Parlamento, la gestione dell'economico e del sociale ridando vita a un perfetto regime corporativo. Vi sono caratteristiche dell'antico regime che tornano nel nuovo. Non a caso nella Costituzione esiste e funziona un organismo, il consiglio nazionale dell'Economia e del Lavoro, che è una perfetta figura corporativa.
Il vincolo che la sinistra aveva stabilito con i sindacati torna a suo favore perché serve ad essa per uscire dalla prospettiva di andare alle elezioni con il governo Prodi in ordinaria amministrazione. Il conflitto di principio che esiste tra i prodiani e le altre componenti del Partito democratico apparirebbe subito. E il presidente del Consiglio potrebbe accusare, con buone ragioni, la maggioranza del Partito democratico ad aver prodotto la fine della legislatura da lui guidata. Occorre, per poter fare l'operazione Veltroni, che ci sia un governo diverso dall'attuale e che Prodi possa fare le sue battaglie, contro la maggioranza del Pd non da presidente del Consiglio in carica. Si vuol celare la divisione interna che esiste tra il Partito democratico, creato con le primarie pensate da Arturo Parisi a vantaggio di Romano Prodi, e i due partiti che lo compongono, diessini e popolari, che sono quelli che prendono i voti. E riprendono dalla forza del Ds nel centro e dalle gloriose clientele democristiane del sud, che hanno così ben governato la Campania e la Calabria, come la Confindustria e la triplice sindacale ben sanno.
Ma cosa diviene il Partito democratico se si apre il conflitto di Romano Prodi con i due partiti storici diessini e popolari? Il Partito democratico era il cavallo di Troia con cui i Ds volevano entrare nell'area moderata, ma ciò è stato impedito dall'alleanza interna al governo del presidente del Consiglio con la sinistra di Bertinotti, memore del '98, quando, perso Bertinotti, perse tutto.
Tra i diessini e i popolari da un lato e i prodiani dall'altro, si è creata una differenza che può mandare in crisi tutto il partito, tanto più che è lo stesso Prodi che ha voluto determinare la forma aspra del conflitto scegliendo di essere battuto in Senato. Mastella è un complice, forse di tutte e due le parti del Partito democratico ambedue interessate alla caduta del governo. È una formazione in crisi, a cui la Confindustria e la triplice sindacale prestano il loro soccorso per attutire il conflitto tra Prodi e le componenti storiche dei Ds e dei popolari. Ma sono le parole di Monsignor Bettori, nel medesimo senso, che stupiscono perché la Conferenza Episcopale deve conoscere bene il degrado della Campania e della Calabria e ricordare il fatto gravissimo del Papa obbligato a tacere nella città di Roma, e obbligato in nome dell'incompatibilità tra la fede e la scienza. Dalle sue parole è venuta poi la dichiarazione di non interferenza nella formazione di un partito cattolico di centro, che immediatamente il gruppo di Subiaco, Pezzotta e Tabacci, hanno reso attuale. Ed essi parlano di Cosa bianca come di cosa cattolica aperta a sinistra. E pensano che Veltroni possa nascere come Venere dalle acque di Cipro, dimenticando che il Partito democratico è un mare tempestoso e l'Unione ancora di più. La forma politica della sinistra è in crisi, non si sa nemmeno più cosa sia la sinistra. I diessini sono la sinistra semplice, Rifondazione la sinistra al quadrato. Quello che è certo è che questo governo ha determinato la crisi dello Stato: la caccia al romeno fallita, l'aperta crisi indissolubile tra spazzatura in Campania e sanità in Calabria, e la responsabilità per l'incidente alla Sapienza. Fallire come Stato rende incredibile il governo e pericolante la democrazia.
Gianni Baget Bozzo
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