Il fallimento dura 44 anni e lo Stato risarcisce i condannati

Il processo a Reggio Calabria. Ai soci dell’azienda insolvente duemila euro per ogni anno di causa

Stefano Zurlo

da Milano

Dodici settembre 1962. A Messina fallisce la società F.lli Cavallaro fu Luigi. Può sembrare incredibile ma a distanza di quarantatré anni e mezzo quel fallimento è ancora aperto. Un ritardo vergognoso e inspiegabile che costringe la giustizia, quella di Reggio Calabria, al più paradossale dei verdetti: risarcire i protagonisti di quella vicenda che si sono portati dietro per tutta la vita quei conti in sospeso e quella patente, non proprio gradevole, di falliti.
Anzi, il tempo che non s’inchina davanti alle lungaggini, ha sbrogliato almeno in parte la matassa: due dei quattro soci, Calogero e Arturo Cavallaro, sono morti e sono rappresentati dai loro eredi; restano in vita Salvatore e Michele Cavallaro. A ciascuno dei due andranno 66.833,35 euro, qualcosa meno ai discendenti degli scomparsi (perché il conteggio si arresta al giorno della loro scomparsa). Il calcolo dei giudici di Reggio Calabria fa venire i brividi: «La procedura si sarebbe potuta chiudere nel giro di un decennio». Termine già generoso. Invece si sono persi altri trentatré anni e cinque mesi (fino al momento in cui i magistrati hanno esaminato il caso) «fra inammissibili ritardi e inadempienze». E questi anni devono essere in qualche modo restituiti a chi li ha vissuti portandosi addosso quel pesantissimo handicap.
Come? Con una specie di forfait pari a 2mila euro l’anno. Un indennizzo poco più che simbolico, ma quel che conta è il principio affermato: «Il procedimento in questione, ancora non concluso, ha avuto una durata intollerabile oltre ogni dire, e tale intollerabile durata non è dipesa dal comportamento dei falliti, ma dalle disfunzioni dell’apparato giudiziario, dalla insufficiente organizzazione del servizio-giustizia, dalla condotta degli agenti coinvolti nel procedimento, primo fra tutti il curatore (risulta dagli atti che il secondo curatore, nominato con decreto del 2 marzo 1982 si è reso inadempiente ai suoi doveri funzionali, tanto che il tribunale di Messina, con un provvedimento del 6 marzo 2002, lo ha revocato dall’ufficio di curatore, nominando in sua sostituzione)» un altro tecnico.
Nel 1962 l’Italia era un Paese in bianco e nero. Oggi tutto è cambiato, ma nelle stanze del tribunale di Messina evidentemente la realtà è rimasta congelata, come per un sortilegio. Quarantatré anni e mezzo che per i poveri Cavallaro sono trascorsi invano: «L’eccessiva durata - scrivono i giudici calabresi nel riassumere le proteste dei falliti - non può avere alcuna giustificazione e non può essere tollerata in uno Stato che vuol definirsi democratico e di diritto e ha cagionato ai falliti gravissimi danni, impedendo loro di potersi riabilitare sia civilmente che umanamente e condannandoli di fatto a una infinita e intollerabile “morte civile”».
Ecco quella morte civile non trova la minima spiegazione razionale. I magistrati hanno dato un’occhiata a quel che è successo al di là dello Stretto e ne sono rimasti inorriditi: «Dalla scarsa documentazione - fatta di fogli volanti senza alcuna fascicolazione - che il Tribunale di Messina ha finalmente trasmesso non è possibile ricostruire con esattezza l’andamento del procedimento, la maggior parte dei fogli in questione riguardando richieste di autorizzazione dell’originario curatore all’instaurazione di giudizi (soprattutto di natura tributaria) o a resistervi, alla nomina di legali, al prelievo di somme».
Insomma, non si capisce cosa sia successo. E chissà mai se qualcuno andrà a verificare che cosa ha trasformato un fallimento in una saga senza orizzonte. A Reggio Calabria possono solo sintetizzare in poche righe lo scempio compiuto: «La sofferenza morale patita dai falliti è stata particolarmente intensa, proprio perché la dichiarazione di fallimento ha inciso negativamente e in maniera pesante sul loro status personale e il protrarsi oltre ogni misura della relativa procedura ha determinato uno stato di continuo stress e disagio». Quantificato, in tempi di saldi, in 2mila euro l’anno a testa.
Dunque Salvatore e Michele Cavallaro riceveranno 66.833,35 euro ciascuno. Gli eredi di Calogero e Arturo Cavallaro, morti nel 2001, qualcosa in meno. Nessuno, però, può prevedere quanto durerà ancora questa agonia giudiziaria: una sfida alla longevità dei superstiti.