Il fallimento di McCain: «Le mie prime nozze sono state un disastro»

Su interruzioni di gravidanza e unioni gay conferma un secco no, ma apre alla ricerca sulle staminali

Tra gli evangelici è molto popolare, ma solo perché è un conservatore. Mentre George Bush parla frequentemente della sua fede, John McCain è sempre molto discreto al proposito, ma di fronte ai fedeli della Saddleback Church, una delle più grandi congregazioni degli Usa, ha spazzato via ogni dubbio. «Dio mi ha salvato e mi ha perdonato», ha affermato solennemente; poi ha citato l'impegno nella sua Chiesa, la Southern Baptist di Phoenix, e soprattutto le preghiere recitate instancabilmente durante la sua lunga prigionia in Vietnam.
Un McCain commovente e spiritoso, che ha evocato come uno dono del Signore l'adozione di un’orfana del Bangladesh, oggi 17enne, e, quasi in lacrime, ha ricordato il giorno di Natale, in mano ai vietcong, quando il suo carceriere tracciò sulla sabbia una croce, raccogliendosi in silenzio, come gesto di umana solidarietà. Insomma, un cristiano Doc.
Il più grande fallimento della sua vita? Nessuna esitazione: «Il primo matrimonio». Abile fuga in avanti, in un momento in cui saltano fuori spiacevoli controversie legali con la sua ex moglie, soprattutto da parte di sua madre Roberta. Mostrandosi contrito, McCain ha cercato così di disinnescare possibili accuse di cinismo.
E ancora: un netto no all’aborto, «perché anche un embrione è un essere umano», no ai matrimoni tra omosessuali, perlomeno a livello federale. Ha strappato applausi convinti, con una sola discrasia rispetto agli elettori religiosi: il sì alle ricerche sulle cellule staminali.
Ripensamenti degli ultimi dieci anni? Uno solo, sulle trivellazioni in Alaska, che oggi McCain ritiene «assolutamente necessarie, perché l’America deve smetterla di dipendere da Paesi non sempre amici per il suo fabbisogno energetico». E allora sì alle fonti rinnovabili, ma soprattutto «sì al nucleare, sul modello della Francia, che produce autonomamente l'80% dell'energia elettrica». Già, la Francia: il candidato repubblicano ha citato Sarkozy, definendolo «un amico dell'America». In politica estera nessun dubbio: «La Georgia è una vittima, la Russia l’aggressore e occorre far capire a Putin che certi metodi sono inaccettabili nel ventunesimo secolo». Più in generale gli Usa continueranno a essere una superpotenza, con una missione che dovrà essere anche morale.
Le tre persone su cui farebbe affidamento alla Casa Bianca sono il comandante delle truppe americane in Irak, generale David Petreaus, l’attivista per i diritti civili John Lewis e il fondatore di eBay, Meg Whitman, che, secondo la stampa Usa, è al primo posto tra i possibili vice.
McCain ha evitato di indicare una cifra al di sopra della quale una persona può essere considerata ricca. L’ha buttata dapprima sul filosofico («ricco è colui pienamente soddisfatto della propria esistenza») poi sul ridere citando di un reddito di cinque milioni di dollari; infine si è fatto serio e ha giurato che, se eletto, non aumenterà le tasse, perché ogni volta che «si è proceduto in tal senso l’America è diventata più povera». E allora non si tratta di punire chi lavora, ma di prevedere «sgravi fiscali di 7mila dollari per ogni figlio e di 5mila per l’assistenza sanitaria privata».
Un McCain che, pur senza citare Bush, non gli ha risparmiato critiche, osservando che «da sempre l'America sbaglia quando rinuncia a battersi per cause più grandi del proprio interesse», mentre con lui alla guida tornerebbe a essere saggia, responsabile e altruista.