Fallimento pieno nella terra di mezzo

Scontata la vittoria di Sarkozy al primo turno delle elezioni legislative in Francia? Solo in apparenza. In quel risultato travolgente si nascondono, in realtà, una conferma e una smentita. La prima concerne le istituzioni della V Repubblica; la seconda la sistemazione del sistema partitico francese. Da entrambe, per noi italiani, ci sarebbe qualcosa da imparare. Partiamo dalla conferma. Al tempo di de Gaulle si raccontava che l'elettore medio francese non chiedesse al candidato al Parlamento di avere delle convinzioni proprie ma, piuttosto, di essere disponibile ad appoggiare quelle del Generale. Per brutale che possa apparire, questa legge non scritta della politica d'oltre Alpe domenica si è rinnovata. Oggi sappiamo che il monarca repubblicano in Francia ha perso due anni di regno (col passaggio dal settennato, vigente ai tempi di de Gaulle all'odierno quinquennato). Ma, in compenso, ha ottenuto la quasi certezza di una maggioranza parlamentare a lui fedele. Non è poco.
In primo luogo perché si è allontanato lo spettro delle coabitazioni, che stavano portando a una parlamentarizzazione della V Repubblica. Inoltre, perché la sovranità popolare si è confermata principio cardine della democrazia, in opposizione ad altre proposte più «partecipative» che andavano prendendo piede sia a livello intellettuale sia a livello politico. L'intenzione di una revisione in tal senso della V Repubblica, infatti, non si fermava in ambito teorico. Essa rappresentava anche il terreno d'incontro più avanzato tra la sinistra della Royal e i centristi di Bayrou. Il risultato di domenica ricaccia indietro il tentativo. Di esso resta soltanto lo stanco lamento per il rischio di un Parlamento eccessivamente orientato.
Se le istituzioni della V Repubblica escono rafforzate da questo primo turno il sistema partitico ne è stato invece sconvolto. In Francia, una volta, esisteva la quadriglia bipolare: a destra gollisti e liberal-moderati, a sinistra comunisti e socialisti. All'interno dei due campi si sviluppava una concorrenza che, quasi sempre, si consumava al primo turno delle elezioni fossero esse legislative o presidenziali. Al secondo turno, invece, la dinamica bipolare prendeva il sopravvento e i due schieramenti, nella gran parte dei collegi, si presentavano uniti contro l'avversario comune.
D'allora tant'acqua è passata sotto i ponti. La sinistra s'è fatta plurielle e, al suo interno, il Partito comunista si è trasformato nello spettro del grande partito di massa del tempo che fu. All'estrema destra sorse l’astro di Jean-Marie Le Pen, che pareva inossidabile. Sicché in molte occasioni lo scontro al secondo turno ha prospettato una triangolazione, favorendo spesso (anche se non sempre) la sinistra.
La vittoria di Sarkozy alle presidenziali, per i termini che ha assunto e per le modalità con le quali è giunta, ha però posto il sistema partitico francese di fronte a una nuova svolta i cui connotati s'iniziano a intravedere.
A destra è continuato lo straordinario recupero di voti del Front National di Jean Marie Le Pen da parte dei nuovi gollisti di Sarkozy. Dal punto di vista delle dinamiche elettorali ciò significa quasi azzerare i casi nei quali l'estrema destra supera la barra per accedere al secondo turno. Dal punto di vista del sistema, invece, significa un drastico indebolimento della principale forza ad esso ostile.
A sinistra queste elezioni legislative confermano quella crisi dello schieramento che, in realtà, era già emersa al primo turno delle presidenziali. Allora la somma dei voti conseguiti da tutti i candidati di sinistra fu poco inferiore al 36%. Quel dato ha ricevuto una eloquente conferma domenica scorsa, certificando un ritardo che è al tempo stesso politico ed elettorale.
Questo risultato va correlato con la disfatta del centro di Bayrou, che in poco meno di un mese ha bruciato tutto il credito che gli derivava dall'enorme messe di voti raccolta al primo turno delle presidenziali. Quel successo gli avrebbe imposto una scelta: restare nei ranghi della destra, come da tradizione giscardiana, o aprire un rapporto di conflittuale alleanza con la sinistra. In entrambi i casi, Bayrou avrebbe perso parte dei voti ma acquisito, in cambio, forza politica all'interno di uno dei due campi di un sistema partitico bipolare sia per impianto istituzionale che per tradizione. Non ha scelto né l'una né l'altra opzione e oggi appare come il principale sconfitto di questo primo turno.
Bisogna sempre essere cauti con i parallelismi e le comparazioni. Ma forse da questo voto due insegnamenti generali la politica italiana potrebbe trarli. Il primo concerne la forza che le istituzioni hanno quando si tratta di consolidare i risultati di un rinnovamento politico e culturale. Il secondo insegnamento riguarda, invece, le dinamiche politiche che stanno condizionando le società europee. Esse non sembrano concedere margini alle terre di mezzo. Casini, Mastella, Pezzotta e De Mita di quest'insegnamento sappiano fare buon uso.
Gaetano Quagliariello