Il fallimento del premier cattivo «padre di famiglia»

Uno dei geni rinascimentali che hanno fatto onore all’Italia fu senza dubbio Leon Battista Alberti, nato a Genova seicento anni fa e autore di studi e trattati che abbracciavano quasi ogni campo del sapere. Alberti in un dialogo ipotizzò la forma di governo ideale che chiamò iciarchia, che prevedeva un atteggiamento del governante nei confronti del popolo analogo a quello di un buon padre di famiglia «sì che amando e benificando e’ suoi, tutti amino lui, e tutti lo reputino e osservino come padre».
L’assurdità di tale concetto applicato ad un governo italiano fa ben capire quindi come mai la parola «iciarca» sia totalmente caduta in disuso, al contrario di altri termini quali ladro, scippatore e borsaiolo, che invece rimangono ben attuali. Romano Prodi di famiglie dovrebbe saperne qualcosa, dato che ama farsi ritrarre circondato da numerosi parenti di ogni ordine e grado, ebbene, proviamo a leggere parte dell’esperienza di governo dell’Unione nell'ottica di una gestione da «padre di famiglia».
Se l’Italia fosse una famiglia di venti persone ce ne sarebbero otto di destra moderata, sei di sinistra moderata, due di sinistra radicale, due di centro, un leghista e uno mezzo radicale e mezzo dipietrista. Il nuovo «buon padre di famiglia» appena arrivato in casa cosa ha fatto? Ha cominciato subito a far capire agli otto moderati, a uno dei due di centro e al leghista che la loro presenza era un fastidio e non una risorsa. Si è appartato con i due della sinistra radicale e si è fatto dettare l’agenda, fra gli sguardi perplessi dei sei della sinistra moderata, che già dal primo giorno della presenza prodiana in casa propria hanno cominciato a sospettare di aver commesso un errore madornale ma senza la possibilità di confessarlo, pena passare per stupidi.
Si è affrettato a prendere una fetta maggiore dei guadagni dei tre membri più virtuosi della famiglia per distribuire mance di facciata agli altri diciotto, compresi gli evasori e con un occhio particolare per i due pagati dalla cassa comune della casa (impiegati pubblici, circa 4 milioni in Italia, 10% dell’elettorato e quindi due «familiari» nella nostra simulazione), non importa se meritevoli o meno. Ha rovistato a pioggia nelle tasche di tutti, ricchi e poveri. Ha aumentato le spese inutili per il funzionamento della casa coprendole con futuri prelievi sui membri che lavorano e risparmiano e incamerando di nascosto i porcellini salvadanaio dei lavoratori (Tfr).
Intanto i due familiari della sinistra radicale continuano a spadroneggiare sugli altri diciotto con la benevolenza del nuovo «padre», diventando più arroganti e pretenziosi ogni giorno che passa. Chi protesta viene trattato con disprezzo e definito «matto». Moltiplica le pastoie per i famigliari lavoratori e imprenditori ma al contempo si rivela indulgente con chi si droga e spaccia. Sempre più famigliari portano i loro risparmi fuori di casa, arrivano avvisi e richiami dalla banca, dal decano di famiglia (il presidente), da tutti gli osservatori esterni, tutti accolti con fastidio e indifferenza. La lotta fra i famigliari diventa più aspra, le contrapposizioni si acuiscono, la felicità promessa se ne va tra insulti reciproci. La famiglia si spacca, inesorabilmente. Con buona pace del governante ideale, che come si diceva dovrebbe far sì che «tutti amino lui, e tutti lo reputino e osservino come padre». Ecco perché in Italia nessuno sa cosa sia l'iciarchia ma tutti sanno cosa sia un fallimento.