Fallisce l’assalto no global a Lampedusa

Luciano Gulli

nostro inviato a Lampedusa

Quelli dei Red Block di Palermo erano tre. Dei Centri sociali qualcuno è riuscito a contarne una quindicina. Di punkabbestia con le orecchie impiombate da borchie e spuntoni metallici, e il cane lercio al guinzaglio, altri quattro. E questo era il nucleo duro dei manifestanti, quello che nelle fosche previsioni della vigilia doveva creare turbolenze sgradite sull'isola appetita in eguale misura dai vacanzieri che arrivano dal nord e dai clandestini che sbarcano dal sud. Poi, a bordo della nave Palladio che ci mette un'ora ad attraccare, azzoppata da una leggera avaria, ecco un bel mazzo di pensionati della Cgil agrigentina con le loro gaie bandiere rosse; giovani e meno giovani dell'Arci e della rete antirazzista; qualche comboniano di padre Zanotelli; una spruzzata di terzomondisti targati Emergency, e una piccola folla di radicali sciolti e a pacchetti, animati più dalla voglia di farsi un bagno che di fare a pugni con gli isolani. Vogliamo dire 400 persone? Ma sì, diciamo pure 400.
Dal balcone di poppa del traghetto, mentre due motovedette tirano come bestie per trascinarlo in banchina, un giovane con megafono intona litanie pacifiste rivolte alle dozzine di lampedusani che aspettano sul molo, a piè fermo e a braccia conserte. Giura, il giovane con megafono, che la manifestazione è assolutamente a favore dei lampedusani, che l'isola deve liberarsi dal lager, e che insomma lui e gli altri che gli fanno corona vengono in pace. «Siamo tutti clandestini: la libertà dei popoli non ha confini», intona ilare una tipa che gli sta accanto, suscitando un breve coretto tra i gitanti che hanno gli occhi abbottati di sonno.
La sinistra radicale, che sul tema dell'immigrazione è in aperta rotta di collisione con la sinistra al governo, prende terra comodamente allo «sbarcatoio». Più laborioso, e meno gaio, l'atterraggio di 39 clandestini, tra cui due donne, intercettati nelle stesse ore da una vedetta della Finanza una manciata di miglia a sud dell'isola.
Abrogare la legge Bossi-Fini. No alla Turco-Napolitano. E dunque chiusura immediata e definitiva di tutti i Centri di permanenza temporanea; via al perverso legame tra il permesso di soggiorno e il contratto di lavoro; cittadinanza e diritto di voto per tutti i migranti; bloccare le espulsioni. Questo ripetono al microfono, in piazza Frignone, i visionari del mondo senza frontiere. Sul palco, insieme con il deputato Ds Angelo Lo Maglio, anche il leader dell'Unione siciliana, Rita Borsellino.
L'unico intermezzo polemico viene da Angela Maraventano, segretaria della Lega nord di Lampedusa e presidente del Comitato antisbarco, che se la prende con quelli della rete antirazzista. «Noi lottiamo da sei anni per la chiusura del Centro di accoglienza di Lampedusa, non abbiamo bisogno che vengano questi signori, che nessuno ha invitato, a dircelo. Ma i Cpt ci devono essere. In Sicilia, sul continente, dove si possono allestire strutture di accoglienza decenti. Non possiamo aprire le porte a tutti, senza poter assicurare agli immigrati una casa e un lavoro - dice Angela la tosta -. Il dramma dei clandestini va affrontato all’origine. È lì, nei Paesi di provenienza di questa povera gente, che l’Europa deve investire. Ma non possiamo fare la politica delle braccia aperte, saremmo gli scemi del villaggio». «A sinistra effettivamente c'è un po' di confusione», commenta anche il sindaco Bruno Siragusa, di Forza Italia.
Nel pomeriggio, dopo un bagno nelle calette dell'isola, tutti in corteo fino al Centro di prima accoglienza, ospitato ancora accanto all'aeroporto. Sul reticolato che delimita il Centro appare uno striscione, provocatorio e simbolico: «Struttura detentiva sotto sequestro per violazione continuata della Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo».
In serata, dopo un altro raduno in centro, la tensione svapora. Si avvicina l'ora di cena, e il dibattito vira su un tema condiviso anche dai punkabbestia: meglio il dentice al sale, o i calamari arrostiti?