Falliscono i negoziati sul nucleare: l’Iran sarà deferito alle Nazioni Unite

Fumata nera alla riunione dell’Aiea a Vienna, dove i lavori termineranno lunedì. Inconcludenti anche i colloqui tra americani e russi a Washington. Cheney: «Resta l’opzione militare»

Alberto Pasolini Zanelli

da Washington

Ufficialmente è un rinvio, l’ultimo. In pratica le trattative sono fallite. L’Aiea ha fatto slittare a oggi l’esame ufficiale del dossier sui programmi nucleari iraniani. Il suo presidente, l’egiziano Mohammed El Baradei, ha spiegato che «debbono ancora essere chiarite incognite importanti»; che evidentemente rimarranno tali anche lunedì, quando la riunione dovrà comunque concludersi affinché l’Aiea mandi un suo rapporto al Consiglio di Sicurezza dell’Onu.
In realtà la decisione è già stata presa in febbraio e avrebbe potuto essere modificata solo da un accordo in extremis fra l’Iran e le grandi potenze. Questa ipotesi è caduta ieri quando gli Usa hanno apposto l’ennesimo veto all’ultimo progetto che avesse una qualche probabilità di realizzarsi: quello russo che prevedeva che le operazioni di «arricchimento» dell’uranio iraniano venissero condotte su territorio russo in modo da garantire che i procedimenti pacifici non sarebbero stati deviati a fini militari. Teheran si era detta disposta ad accettare, ma con una clausola che le permettesse di salvare la faccia: una «piccola quantità» sarebbe rimasta su suolo iraniano, 20 centrifughe in tutto, come specificato nel documento che il ministro degli Esteri di Mosca, Lavrov, si è portato in tasca in una visita in extremis a Washington.
Ma l’America ha detto no prima ancora che il messo di Putin si incontrasse con il segretario di Stato Condoleezza Rice. «L’Iran - ha detto il portavoce della Casa Bianca McClellan - non merita fiducia né su grande né su piccola scala». La massima concessione della Casa Bianca richiedeva che l’intero programma fosse trasportato in Russia: condizione che Teheran aveva respinto per evitare, appunto, una umiliazione. L’intransigenza di Washington è stata sottolineata ancor più chiaramente dal vicepresidente Dick Cheney: «Il regime iraniano deve sapere che finché si mantiene su questa rotta la comunità internazionale è pronta a imporgli conseguenze significative. Per parte nostra, tutte le opzioni sono sul tavolo, inclusa la forza militare, perché siamo decisi a impedire all’Iran di costruire armi nucleari».
Parole particolarmente dure, anche se forse un poco «caricate» a uso e consumo degli ascoltatori, poiché Cheney parlava a esponenti dell’Aipac (America Israel Public Affairs Committee), la più importante lobby israeliana negli Usa. Ma a sottolineare ulteriormente l’indisponibilità americana a compromessi, è venuta anche una «precisazione» della Casa Bianca che modifica in modo sostanziale la politica enunciata l’altro giorno da Bush a conclusione del suo viaggio in India e Pakistan. In una conferenza stampa a Islamabad il presidente aveva detto che l’America, pur rifiutandosi di estendere al Pakistan le facilitazioni nucleari che ha deciso di concedere all’India, non si opponeva alla progettata costruzione di un gasdotto che, attraverso il Pakistan, avrebbe collegato l’India, «affamata» di energia per il suo impetuoso sviluppo industriale, all’Iran, che possiede le riserve di gas naturale più gigantesche (940 trilioni di piedi cubici), le seconde del mondo dopo quelle russe.
«Il nostro contenzioso con Teheran - aveva detto Bush - non è il gasdotto: è il fatto che l’Iran vuole dotarsi dell’arma nucleare». Ieri invece il portavoce del Consiglio per la sicurezza nazionale alla Casa Bianca ha annunciato che «come avevamo già detto, il governo degli Stati Uniti non appoggia il gasdotto Iran-Pakistan-India. Pur riconoscendo i crescenti bisogni energetici di questi ultimi due Paesi, abbiamo ripetutamente espresso la nostra preoccupazione per ogni partecipazione internazionale a progetti energetici con l’Iran».
Una serie di veti che hanno provocato un ulteriore irrigidimento della posizione di Teheran, che accusa ora gli Usa di «sabotare» ogni accordo dell’Iran con l’Europa o con la Russia. Il presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad ha reclamato a sua volta risarcimenti finanziari che l’Aiea dovrebbe pagare all’Iran «per aver danneggiato lo sviluppo della sua scienza, tecnologia ed economia. Questo perché la maggior parte delle organizzazioni internazionali sono sotto l’influenza delle grandi potenze che impediscono loro di prendere decisioni conformi alla legge internazionale». Il governo di Teheran ha immediatamente lanciato una campagna di mobilitazione psicologica per preparare la popolazione a uno «scontro» con l’Occidente. Il comando dell’esercito ha assicurato di essere in grado di «trasformare il Paese in un campo di sanguinosa battaglia per ogni aggressore». Tacciono, a questo punto, i mediatori. Il ministro degli Esteri tedesco Steinmeier, che aveva appoggiato le proposte russe, parla di «accordo impossibile». I governi di Mosca e di Pechino esprimono preoccupazioni e rassegnazione analoghe.