Falliti altri due assalti dell’«Espresso» al Cav

Milano archivia, L’Espresso fa spallucce e Carlo De Benedetti soffre in silenzio. Il doppio assalto al premier è fallito grazie a un pm e a un documento ufficiale che ha letteralmente smontato l’inchiesta giornalistica del settimanale sui presunti sprechi del centrodestra a Palazzo Chigi. Il primo a gelare gli entusiasmi dell’editore del gruppo Repubblica è stato Francesco Greco, il magistrato che ha archiviato l’indagine per aggiotaggio a carico del presidente del Consiglio Silvio Berlusconi aperta dopo la denuncia presentata dal colosso editoriale contro il premier per il discorso pronunciato da Berlusconi il 13 giugno scorso davanti ai giovani di Confindustria a Santa Margherita Ligure.
«Non date pubblicità a quei media - aveva detto Berlusconi - che tutti i giorni cantano canzoni improntate al disfattismo». La coda di paglia dell’Espresso si è infiammata a scoppio ritardato, e con esiti sospetti. Vediamo perché. Il 24 giugno, 11 giorni dopo gli strali del premier, i legali del settimanale, Carlo Federico Grosso e Guido Rossi, annunciano: «Abbiamo avviato tutte le azioni a tutela della società, vista la rilevanza penale e civile individuabile nelle dichiarazioni del premier, quello di Berlusconi è un abuso che viola le norme sulla concorrenza».
Per il pm milanese Greco, che di mercati e speculazioni finanziarie è esperto (sue le inchieste sul crac Parmalat, ad esempio), non c’è alcun profilo penale ipotizzabile. Non ci sono insomma gli estremi per accusare Berlusconi del reato di aggiotaggio, previsto dall’articolo 501 del codice penale. «Chiunque divulga notizie false, esagerate o tendenziose - recita l’articolo - o adopera altri artifizi atti a cagionare un aumento o una diminuzione del prezzo delle merci è punito con la reclusione fino a tre anni». Dopo le parole del premier L’Espresso non ha subito alcun aumento o crollo sensibile e ha chiuso le contrattazioni sostanzialmente invariato. Circostanza confermata e messa per iscritto dallo stesso Greco nel provvedimento di archiviazione.
A volte succede, invece, che un sussurro faccia rimbalzare un titolo: lunedì, dopo l’articolo di Repubblica sulla fusione di Telecom con la spagnola Telefonica e nonostante le smentite ufficiali del governo italiano e le perplessità negli ambienti finanziari, l’azione in un giorno ha guadagnato il 6%. A dirla tutta il titolo Espresso si è «acceso» grazie agli stessi legali del settimanale. Basta leggere l’agenzia Ansa del 24 giugno: «Il titolo del gruppo editoriale ha segnato un rialzo dell’8,25% a 1,14 euro dopo l’annuncio dell’incarico agli avvocati per “avviare tutte le azioni a tutela della società” a seguito delle dichiarazioni del presidente del Consiglio Silvio Berlusconi all’assemblea dei giovani di Confindustria a Santa Margherita Ligure». Bontà loro. Adesso toccherà alla procura di Chiavari, investita da Milano della competenza territoriale, valutare la consistenza delle accuse di diffamazione e abuso d’ufficio.
I legali di Berlusconi, davanti al tribunale civile di Milano, hanno già invocato l’immunità per Berlusconi in quanto quell’intervento sarebbe stato fatto nell’ambito delle prerogative parlamentari. Il giudice civile Alda Vanoni nei giorni scorsi si è riservato di decidere se riconoscere l’immunità oppure se investire della questione la Camera dei deputati.
Prima della decisione di Greco si era aggiunta la sconfessione dell’inchiesta di copertina dell’Espresso di tre settimane fa. Il dossier del settimanale dal titolo «Silvio, quanto ci costi», si annunciava clamoroso: «Conti fuori controllo, 1.400 dipendenti di troppo, milioni buttati per gli show del Cavaliere, segretarie pagate come direttori. Ecco come Berlusconi ha trasformato la presidenza del Consiglio in una reggia». Panzane? Pare di sì, stando alla cortese lettera di precisazione che il segretario generale di Palazzo Chigi, Manlio Strano ha inviato al settimanale. E che L’Espresso ha doverosamente pubblicato a pagina 156 del numero in edicola la scorsa settimana.
Lo scenario dietro la lievitazione dei costi è paradossale, e anche un po' grottesco. È colpa di Prodi - scrive in sostanza Strano - se dal 2006 al 2009 la spesa di Palazzo Chigi è lievitata. Colpa della carica dei 101 tra ministri e sottosegretari del tragicomico biennio dell’Unione di governo e «dell’accorpamento, sotto la presidenza del Consiglio, delle deleghe su Sport, Famiglia, Giovani, Cipe e Antidroga». Nel 2009, pochi mesi dopo l’avvento del nuovo esecutivo di centrodestra, le spese si sono invece notevolmente abbassate: -195 milioni, di cui «43 restituiti al bilancio dello Stato», 2.277 persone in organico, meno «dell’organico previsto dalla normativa, nonostante 10 ministri e 8 sottosegretari con tanto di personale distaccato» coabitino con il premier sotto il tetto di Palazzo Chigi. La laconica risposta dell’autore dell’inchiesta («quei dati non erano ancora disponibili, ma non smentiscono quanto da noi riportato») fa un po' sorridere. Per la cronaca, nonostante l’archiviazione e la rettifica il titolo in Borsa ieri ha chiuso in area 2 euro. Quasi il doppio rispetto a giugno.
felice.manti@ilgiornale.it