La falsa vulgata risorgimentale

Riferendo della fine dell’idillio fra Napoleone III e Cavour e dei sospetti sollevati sulla morte del Conte che qualcuno dice avvelenato da una donna per ordine dell’imperatore francese, lei dipinge «l’abile tessitore» come un giocatore d’azzardo. Ammesso e non concesso che il processo unitario fu un giocare d’azzardo, non mi sembra giusto ridurre quell’epopea a un puro dare e avere e all’intreccio di interessi personali e materiali. Cavour come Vittorio Emanuele fecero loro l’aspirazione di milioni di italiani che volevano vivere sotto un’unica bandiera e un’unica legge e con la passione trasformarono il sogno in realtà. Tutto ciò è magnificamente sintetizzato dal «grido di dolore» cui si riferì Vittorio Emanuele nel discorso della Corona del 1859. Un discorso che è agli atti della Storia e che credo nessuno possa ridurre a mezzuccio retorico.

Ci sono due storie del Risorgimento, caro Della Torre. Una, la «vulgata», è quella che veniva insegnata (e forse si insegna ancora, non so) sui banchi di scuola. Alla vulgata, coi suoi tamburini sardi, coi suoi fratelli Bandiera, il pensoso Mazzini e l’animoso Garibaldi, Cavour il tessitore, Porta Pia e i plebisciti, siamo tutti affezionati. I buoni, i disinteressati (noi) da una parte, i cattivi, gli impiccatori e i buffoni (Cecco Beppe e Franceschiello, più il Papa) dall’altra. La civiltà, il progresso e la democrazia (sempre noi) da una parte, la tirannia e la miseria morale e materiale (sempre loro) dall’altra. Se dunque vogliamo continuare a cantarcela, la «vulgata», cantiamocela. Ma sapendo che è tale, una romantica fantasticheria. Prendiamo il «grido di dolore», uno dei punti esclamativi della retorica risorgimentale. Sappiamo che dopo aver concluso gli accordi di Plombières Cavour e Napoleone III cercarono disperatamente un pretesto «non rivoluzionario», come pretendeva il francese, per muovere guerra all’Austria sul suolo italiano. Nel frattempo, bisognava trovare una motivazione nobile, alta come si direbbe oggi, che giustificasse agli occhi dell’opinione pubblica internazionale la politica aggressiva dei francopiemontesi. L’occasione sarebbe stato il discorso che Vittorio Emanuele avrebbe tenuto il 10 gennaio 1859. Lì per lì il Re si chiamò fuori, ma alle insistenze di Cavour acconsentì di star al gioco purché il discorso – che ovviamente non avrebbe scritto lui – la lu fussa curt, fosse stato breve.
Una volta gettata giù la bozza, Cavour la fece pervenire a Napoleone III che la lesse e rilesse con grande attenzione. Una frase, «L’orizzonte politico, in mezzo a cui sorge il novo anno, non è pienamente sereno» gli parve da un lato troppo generica, dall’altro troppo bellicosa (si doveva far finta di non volerla, la guerra, ma di esservi costretti). Così annotò di suo pugno di aggiungere queste parole: «Ma tuttavia, rispettando i trattati, non possiamo restare insensibili alle grida di dolore che ci arrivano da tanti punti dell’Italia». Cavour fu entusiasta del suggerimento: chi mai poteva condannare il correre in aiuto di popolazioni che gridano di dolore? Fece dunque inserire quel concetto – nella forma: «Non possiamo rimanere insensibili al grido di dolore che da tante parti d’Italia si leva verso di noi» - nel testo che sottopose poi a Vittorio Emanuele. Il quale, dopo averlo letto, chiese se l’Imperatore aveva dato il suo benestare e saputo che il «grido di dolore» era addirittura farina del suo sacco, non mosse obiezioni. L’importante era che il discorso restasse curt. Come vede, caro Della Torre, uno dei pezzi forti – un pezzo da novanta – dell’epopea risorgimentale, il «grido di dolore», è articolo di importazione. Piccole cose, certo, però... (Se non si fida di me, legga Il Conte di Cavour. Ricordi Biografici di Giuseppe Massari. Primo biografo del «grande tessitore», suo strettissimo collaboratore e sfegatato ammiratore. L’episodio del «grido di dolore» è narrato in prima persona. Lui c’era).
Paolo Granzotto