False assunzioni, ma la cassa integrazione è vera

Immigrazione clandestina: 270 stranieri hanno pagato un imprenditore per ottenere la
dichiarazione di lavoro e il permesso di soggiorno Ora l’azienda è
fallita e loro hanno diritto all’80 % della retribuzione. La polizia li
sta interrogando uno a uno 

Questa non è la solita storia dell’imprenditore truffaldino. Che, approfittando della difficoltà oggettiva da parte degli organi competenti di effettuare controlli efficaci sui lavoratori extracomunitari, finge di assumere un numero spropositato di operai stranieri che lo pagano per farsi regolarizzare, fornendo loro false documentazioni. Non è la solita storia perché stavolta quegli operai - anche se non hanno mai pagato contributi Inps e, in molti casi, nemmeno mai lavorato - stanno per ottenere non solo il permesso di soggiorno ma anche la cassa integrazione che consiste nel portare a casa ogni 30 giorni l’80 per cento di una retribuzione, in questo caso, mai ricevuta. E che verrà, naturalmente, pagata dai contribuenti. Senza contare che, in futuro, magari quando avranno deciso di tornare nel loro Paese per trascorrervi la vecchiaia, se riusciranno a dimostrare di aver lavorato qui per almeno 20 anni, potranno rivendicare anche la pensione. Anche quella, naturalmente, sarà pagata dagli italiani senza che questi stranieri abbiano mai lavorato (o solo in nero) nelle nostre aziende. E avranno usufruito di tutti i provvedimenti a sostegno del reddito: assegni familiari o disoccupazione (prestazioni non pensionistiche)
Un fenomeno che, in Italia, secondo il ministero dell’Interno, non supera il 30 per cento dei richiedenti il permesso di soggiorno. Una stima che, però, gli operatori degli uffici immigrazione, quelli dell’Inps e dell’Inail fanno lievitare fino a raggiungere almeno il 70 per cento.
L’imprenditore in questione, intanto, è fallito per aver evaso i contributi previdenziali per centinaia di migliaia di euro. Che per lui, in fondo, è stata la cosa migliore: in un sol colpo si è sbarazzato infatti dell’azienda e dei lavoratori, senza rinunciare al profitto che ha accantonato in questi anni e sul quale anche il curatore fallimentare che sta seguendo la sua vicenda sa bene che non potrà rivalersi. Come non potranno rivalersi gli enti pubblici che hanno accertato il dolo.
Succede tutto a Milano. Dove, in molte aziende (non è una novità), esiste un vero e proprio tariffario per procurare false documentazioni agli stranieri: 50 euro per una busta paga, 200 euro per un contratto di soggiorno, 100 per una dichiarazione d’assunzione al centro per l’impiego. Questi, almeno, erano i prezzi applicati in questi anni da Pietro Paolo C., classe 1959, proprietario, comproprietario e amministratore unico di due società di edilizia, con sede in zona Garibaldi-Venezia e con cantieri anche in Francia, con numerosi precedenti per reati concernenti la normativa in materia d’immigrazione e sul quale da anni indagano diversi altri uffici di polizia lombardi e non, che lo accusano di falso e di favoreggiamento della permanenza dei clandestini in Italia.
In questi giorni è l’ufficio immigrazione della questura di Milano a svolgere controlli a suo carico. Secondo il liquidatore fallimentare delle sue aziende, infatti, ci sarebbero almeno 270 lavoratori stranieri, perlopiù provenienti dal Bangladesh, assunti dall’imprenditore con false documentazioni da lui stesso fornite (e per le quali gli extracomunitari gli hanno pagato ciascuno una tariffa oscillante tra i 350 e i 500 euro), fatti lavorare per qualche giorno, licenziati, riciclati altrove (una quarantina sarebbero tuttora impiegati in un cantiere francese) e per i quali, dulcis in fundo, il titolare non avrebbe mai versato i contributi. La presenza di questi operai stranieri sarebbe testimoniata anche dal loro soggiorno in una serie di appartamenti, sempre di proprietà di Pietro Paolo C. La polizia, sollecitata dal curatore fallimentare delle aziende dell’imprenditore, sta controllando questi lavoratori per accertare quali e quanti tra loro abbiano ottenuto il permesso di soggiorno grazie alla falsa documentazione e, di conseguenza, abbiano diritto alla cassa integrazione.
«Purtroppo è complesso e lungo fare accertamenti di lavoro su tutti coloro che fanno domanda del permesso di soggiorno, anche se volendo si può fare - spiegano all’ufficio immigrazione -: non a caso si era detto di aprire un punto Inps nelle questure, per fare collaborare le varie amministrazioni, ma da qualche parte il meccanismo s’inceppa»