False dimissioni e sospensioni La regola della doppia morale

Perché ci sono prescrizioni buone e prescrizioni cattive. Così come ci sono dimissioni da pretendere da un politico indagato e dimissioni che si possono solo fingere. Inventando un’inesistente «autosospensione» che salva poltrona e soprattutto super stipendio da consigliere regionale. Dipende sempre se il magistrato colpisce a destra o a manca in un Paese dove, soprattutto a sinistra, l’esercizio più diffuso è quello della doppia morale. Così come dimostra la vicenda giudiziaria di Filippo Penati da Sesto san Giovanni, finito tra le grinfie della procura di Monza per presunte tangenti sulla bonifica delle aree ex Falck con le accuse di concussione degli imprenditori locali Giuseppe Pasini e Piero Di Caterina. Alla notizia della sua presenza nell’indagine, annunciò l’autosospensione dalla vicepresidenza del consiglio regionale. Ma non certo a sedere tra i banchi del Pd, mantenendo stipendio, segretarie, uffici personali e collaboratori. Ci provò, Penati. Ma non gli andò bene. Perché la faccenda volse al brutto. Nonostante la difesa accorata di Pierluigi Bersani, sicuro che «risulterà estraneo, abbiamo fiducia in lui». Ma non bastò, di fronte alle dichiarazioni di chi raccontava delle continue richieste di mazzette. Con Repubblica che ieri titolava, «Voleva i soldi per darmi commesse poi me li ridava con altre tangenti». Roba forte. Inutile l’ultimo tentativo di giovedì, quando il gip negava l’autorizzazione all’arresto e Penati spiegava che «oggi si sgretola e va ulteriormente in pezzi la credibilità dei miei accusatori». Aggrappato alla prescrizione. Fatti gravi, destinati all’oblio giudiziario. Ma non al giudizio politico. Come Penati ha capito ieri leggendo le dichiarazioni di alcuni dei suoi compagni di partito che lo scaricavano. «Ribadisco - ha spiegato - la mia estraneità ai fatti. Visti però gli sviluppi, intendo scindere nettamente la mia vicenda personale dalle questioni politiche per potermi difendere. Per questo ho deciso di autosospendermi dal Pd e di uscire dal gruppo consiliare regionale. Questo per non creare problemi e imbarazzi al Pd». Gesto nobile solo all’apparenza. Perché Penati non si autosospende certo dal pingue stipendio di consigliere. Seppur senza partito e senza casacca. Né si dimette. «Il mio impegno, come ho detto dall’inizio della vicenda, resta quello di ristabilire la mia onorabilità e ridare serenità alla mia famiglia». Legittimo. Ma magari non rimanendo a carico della collettività e del contribuente. Come gli ha ricordato, a testimonianza di un vento che cambia, anche il presidente della Regione Toscana. «Fa pena e rabbia - cio va giù piuttosto duro Enrico Rossi (Pd) - leggere di Penati. Si è autosospeso dal partito, si è dimesso dalla carica di vicepresidente del consiglio regionale e farebbe bene a dimettersi anche da consigliere». Non solo. «Se posso... Farebbe meglio a stare zitto e rispondere solo nei tribunali». Giusto. Ma forse qualcosa il governatore Rossi dovrebbe dire anche sulla certezza che i pm di Monza Walter Mapelli e Franca Macchia, che hanno presentato ricorso al Tribunale del Riesame per chiedere il carcere, avrebbero anche sui gravi indizi che mostrerebbero come Penati avrebbe finanziato il suo partito con i soldi delle tangenti.