False tessere nella Margherita: le carte che accusano De Mita

Roberto Scafuri

da Roma

Lo vorrebbero far passare come un «mistero buffo» alla napoletana. In realtà di misterioso c’è ormai poco, di buffo tanto. Non solo perché si parla degli «iscritti fantasma» della Margherita, partito che voleva fare della «trasparenza» la propria carta distintiva. Non solo perché di mezzo c’è la vecchia arte protodemocristiana del «controllo delle tessere». Ma anche perché il protagonista della vicenda è un calibro da novanta, l’ex segretario ed ex premier Ciriaco De Mita, al cui nome ancora si inchina il novanta per cento dei dielle. Persino un po’ «tremante»: proprio come Nicola Tremante, uomo di fiducia di Ciriaco e portavoce del coordinamento campano della Margherita. In seguito al ricorso sui «falsi iscritti», che vedrà oggi De Mita sul banco degli imputati della Commissione di garanzia del partito, si deve a Tremante una nota vibrante di sdegno contro il senatore Roberto Manzione, «reo» di lesa maestà.
Nella nota, in particolare, si scrive che «quanto all’ipotesi di consentire la partecipazione al voto di iscritti presenti negli elenchi e sprovvisti di certificato elettorale... detta ipotesi è stata unanimemente ritenuta auspicabile dalla Direzione regionale... ». Così si esprime anche De Mita, nella sua replica alle accuse: «Io ho solo posto una questione: dal momento che i certificati elettorali sono inviati per posta e in qualche caso possono andare smarriti, ho proposto che chi è regolarmente iscritto al partito e si presenta ai congressi col documento di identità possa comunque votare. Tutto qui, ne discuteremo insieme». In realtà la cosa è davvero buffa, considerato il documento che il Giornale pubblica qui a lato. In data 1° dicembre, infatti, la Direzione regionale della Margherita campana, «udita la relazione del coordinatore regionale on. Ciriaco De Mita, approva quanto segue... ». Dunque «approva» e non «propone», a meno che non si voglia dare per assodato che ogni «proposta» dell’ex indiscusso Re di Nusco sia data per approvata dai collaboratori. Proprio come ai bei tempi.
In quanto alla presunta «unanimità», fa testo il ricorso di Manzione alla Direzione nazionale. Ieri petali della Margherita e alti papaveri del partito erano molto agitati. Una riunione degli ulivisti, presente il ministro Parisi, ha preso atto dell’ «estrema gravità» di quanto successo in Campania. «La legalità allo stato non c’è», ha dichiarato Marina Magistrelli, prodiana fino al midollo. Willer Bordon ha chiarito che il ricorso «non è un fatto individuale», e ha chiesto che il partito (domani si riunirà d’urgenza anche l’ufficio di presidenza con Rutelli) prenda «drastici provvedimenti verso il partito in Campania e il suo coordinatore: De Mita è una persona troppo esperta per farmi credere che la decisione da lui assunta sia frutto di sola leggerezza...». Bordon ha toccato il punto dolente della questione, visto che lo scandalo dei «falsi iscritti» campani arriva dopo quello già denunciato in Lombardia. Stavolta a esser colto con le «mani nella marmellata» è stato però De Mita, e il suo nome sembra ancora capace di far tremare polsi ben più altolocati di quelli del portavoce Tremante. La prudenza di rutelliani e mariniani è perciò giustificata, e spinge il coordinatore dell’esecutivo, Antonello Soro, ad «assicurare il rispetto delle regole», però avvertendo: «È bene che il confronto si sposti sul terreno della politica». Suggerimento che non sembra raccogliere De Mita, quando se la prende con il parisiano Manzione: «Il loro rappresentante è un po’ guascone, diciamo così... La verità è che loro non riescono a eleggere delegati».
Insomma, la guerra di tutti contro tutti rischia di ripercuotersi a largo raggio e di indebolire le azioni dei «dielle» nel futuro Partito democratico. Un gran favore ai rappresentanti della Quercia, fin qui dilaniati dall’opposizione interna. Ma quando De Mita chiama, come ha detto un autorevolissimo esponente della Margherita, «come si fa a dirgli di no?».