Falsi cinesi, il coccodrillo contro il dragone

Quella volta che il giudice di primo grado aveva elogiato i copioni

Probabilmente lo stesso Sun Tzu, il grande stratega cinese autore de L’arte della Guerra, avrebbe approvato la nuova strategia dei grandi marchi europei della moda e non solo: portare la guerra (legale) in casa del nemico (i contraffattori cinesi). Dopo Gucci, Prada, Ferrero tocca a Lacoste avviare azioni legali contro i professionisti cinesi della copia d’autore. A Pechino mettersi sul petto l’ambito coccodrillo costa dieci euro. Ma anche un portafogli di Ferragamo o una cintura di Armani. Basta andare allo Xiushui Market, il mercato della seta, vero e proprio centro commerciale delle false griffe, che sarebbe diventata la terza meta più frequentata dai turisti in Cina, dopo la Città Proibita e la Grande Muraglia. Un luogo simbolo dell’industria locale del falso, ma non serve andare in Cina per acquistare le copie. «Ormai - spiega Armando Branchini, segretario generale di Altagamma, associazione delle aziende del lusso - un prodotto contraffatto ogni tre sequestrati in Europa arriva dalla Cina».
Nelle sale di comando dei grandi marchi europei, dopo aver tentato faticosamente di fermare alle frontiere l’invasione di merce taroccata, hanno iniziato a dare battaglia nei tribunali d’Oriente. Raccogliendo le prime vittorie. Una santa alleanza formata da Gucci, Chanel, Prada, Louis Vuitton e Burberry, in gennaio ha ottenuto che un tribunale cinese condannasse la Haonsen, proprietaria del Mercato della Seta, per omesso controllo di ciò che si vendeva nel centro commerciale. Solo 11.000 euro di risarcimento, ma la sentenza è stata universalmente considerata un precedente importante, in un Paese in cui le autorità politiche solo da poco hanno deciso di condannare pubblicamente la contraffazione e avviare una campagna di contrasto. Così gli altri marchi hanno preso coraggio: ieri è toccato alla francese Lacoste rivolgersi al Tribunale Intermedio del Popolo n.1, chiedendo di condannare la Guangzhou Tai & Garment Company per la produzione di magliette che sfacciatamente riproducono il marchio del coccodrillo. Due società di Pechino sono state invece citate per la distribuzione dei prodotti copiati.
Ma come si fa ad avviare una causa di questo tipo in Cina? E cosa ci si deve aspettare in tribunale? «Tradizionalmente i cinesi sono restii a dirimere in tribunale le controversie. Ma ora ci sono norme che permettono di agire. La cosa fondamentale è rivolgersi a uno studio legale locale», spiega Daniele Lingua che, in qualità di direttore della proprietà industriale della Ferrero, ha portato a casa uno dei successi legali più clamorosi. Nello scorso gennaio, l’Alta Corte di Nanchino ha condannato una società cinese a togliere dal mercato i Tresòr Doré, una copia esatta, dall’aspetto al packaging, dei Ferrero Rocher. Colmo della beffa, i cioccolatini copia erano stati premiati in vari concorsi del gusto in Cina e venivano regalati dai diplomatici cinesi agli ambasciatori degli altri Paesi. «La nostra vittoria - spiega Lingua - è stata ancor più difficile e significativa perché il marchio non era identico, si trattava di concorrenza sleale più che di contraffazione». La mossa vincente della ditta italiana è stata di rivolgersi a Jun-Hi, un grosso studio legale di Pechino. «È indispensabile la conoscenza delle aule di giustizia locali - aggiunge Lingua - e il contatto diretto con gli avvocati cinesi, senza mediatori internazionali». L’azienda ha incassato una prevista sconfitta in primo grado, con il giudice che ha sentenziato che il marchio cinese era altrettanto famoso di quello italiano ed era stato bravo a conquistare il proprio mercato. «La loro cultura - commenta il dirigente - approva l’emulazione di esempi validi. La ritengono una pratica positiva». Nel processo d’appello, più simile agli scontri legali con perorazioni all’americana che ai nostri procedimenti tutti basati sulle carte, gli avvocati cinesi hanno calato sul piatto il parere di cinque autorevoli giuristi cinesi. E una prova, questa molto usata anche in Europa, in cui si dimostrava che, tolti i marchi, i consumatori non riuscivano a distinguere i prodotti. Il limite di questa strategia? L’azienda cinese ha continuato imperterrita a vendere i suoi cioccolatini nonostante la sentenza fosse definitiva. La battaglia va avanti.