Falso dossier sull’uranio di Saddam 007 scagionati da Procura e governo

Dopo la richiesta di archiviazione dell’inchiesta, adesso Palazzo Chigi può smentire i veleni gettati sul Sismi

L’assassinio a Locri del vicepresidente del consiglio regionale Francesco Fortugno e i clamori che ne sono seguiti hanno fatto passare inosservati gli ultimi sviluppi delle faide in corso nella magistratura calabrese, gli scontri tra le procure e le risse all’interno stesso delle procure tra il procuratore e i suoi sostituti e tra sostituto e sostituto. Ma se non si conoscono i retroscena e le ragioni di queste faide e, più in generale, ciò che hanno fatto e disfatto negli ultimi anni i magistrati calabresi, non si può capire veramente ciò che sta succedendo in Calabria e perché la malavita ha potuto assumere e ha assunto il controllo pieno della regione.
Csm diviso. La situazione è arrivata a questo punto: il Consiglio superiore della magistratura, che tace sul delitto di Locri e su ciò che significa, si è spaccato a metà; la sinistra vuole cacciare da Reggio Calabria il procuratore Antonio Catanese e trasferirlo altrove, e la destra lo difende; contemporaneamente il ministro della Giustizia e la destra del Csm vogliono cacciare da Catanzaro il procuratore Mariano Lombardi e la sinistra lo difende.
Le ispezioni. Ci sono interrogazioni parlamentari di 11 pagine che elencano le malefatte del sostituto procuratore di Catanzaro Luigi De Magistris e denunce a ripetizione contro l’aggiunto Mario Spagnuolo, ispezioni ministeriali a ripetizione sia a Reggio che a Catanzaro e interrogazioni contro i due sostituti procuratori della Direzione nazionale antimafia, Francesco Mollace e Vincenzo Macrì, che hanno provocato ulteriori ispezioni ministeriali. Dall’ispezione sul caso Mollace è risultato che «nonostante fosse stato dichiarato decaduto dall’incarico di sostituto della Dda perché aveva superato il termine massimo di quattro bienni di permanenza in quell’ufficio, Francesco Mollace ha continuato a svolgere attività di stretta competenza dell’antimafia, interferendo nelle indagini e trattenendo i fascicoli dei collaboratori di Giustizia (alias «pentiti»), sicché il ministro ha promosso l’azione disciplinare e ne ha chiesto il trasferimento d’ufficio per incompatibilità ambientale. D’altronde, a carico del suo capo Antonio Catanese la prima commissione del Csm ha scritto che si tratta di «un autocrate dall’espressione e dai comportamenti autoritari, scarsamente efficiente nella gestione dei latitanti» e che quando incontra i suoi sostituti in ascensore si volta di spalle per non salurarli. L’interessato ha replicato che la sua procura è «una piccola Svizzera» e che nel suo ufficio «regna l’armonia».
Sentenza falsa. A carico di Vincenzo Macrì, che da dieci anni ha la delega per coordinare tutte le indagini antimafia in Calabria, un’interrogazione ha denunciato che «ha firmato una sentenza falsa, cioè data per pronunciata in pubblica udienza nella pretura di Melito Porto Salvo in un giorno in cui Macrì risultava invece in servizio al tribunale di Reggio Calabria, a centinaia di chilometri di distanza». E l’ispezione ministeriale ha accertato che «la sentenza redatta e sottoscritta dal dottor Macrì reca effettivamente la falsa data del 14 giugno 1979, giorno in cui non era stata in realtà tenuta alcuna discussione, né letto alcun dispositivo, posto che per l’impedimento dedotto dallo stesso dottor Macrì, l’udienza era stata rinviata d’ufficio al 19 luglio '79. Risulta inoltre la formazione di un verbale falso a firma autentica del dottor Macrì e a firma apocrifa del cancelliere...». Sicchè il ministro, rilevato il decorso dei termini di prescrizione in riferimento ai gravi reati ipotizzabili, ha promosso almeno l’azione disciplinare «in considerazione del fatto che il dottor Macrì è venuto meno ai suoi fondamentali doveri di magistrato, rendendosi immeritevole di ogni fiducia e considerazione e compromettendo il suo prestigio e l’immagine dell’intero ordine giudiziario». Non se n’è fatto niente e Macrì continua a imperversare più che mai: in occasione del delitto di Locri ha scritto sui giornali ed è andato in televisione per sostenere che in Calabria la 'ndrangheta uccide e impera, perché «il governo perseguita i magistrati calabresi». I quali la guerra al governo nazionale, e non solo a questo di centrodestra e alla classe politica, di destra o di sinistra che sia, l’hanno dichiarata da tempo: «Dobbiamo azzerare la classe politica calabrese - disse più di dieci anni fa il sostituto procuratore Roberto Pennisi - e una nuova classe politica esisterà quando saranno cresciuti i bambini che ora fanno le scuole medie».
Programma riuscito. Un programma che gli è pienamento riuscito: la classe politica calabrese è stata azzerata ed è così che il governo della Calabria è passato direttamente nelle mani della 'ndrangheta. Lo testimonia, forse senza rendersene conto, proprio il sostituto procuratore Vincenzo Macrì, il quale dopo il delitto di Locri ha così dichiarato all’Unità: «La 'ndrangheta vuole avere un ruolo diretto. Non siamo più alla mafia-politica, ma alla mafia che fa in proprio politica». Solo non ha detto che il merito è soprattutto il loro, dei magistrati calabresi.
La massoneria. La guerra vera e propria è iniziata con Agostino Cordova, allora procuratore di Palmi, che invece di occuparsi della 'ndrangheta, avviò l’inchiesta universale contro le massonerie mondiali. Perché il teorema era questo, al tempo stesso un’esasperazione e una caricatura della dottrina del «terzo livello»: la mafia, la 'ndrangheta è roba da poco, delinquenza di infimo ordine, che intanto vive e prospera perché collegata, diretta e protetta dalla politica, dagli apparati dello Stato, dalle stesse istituzioni, dalla massoneria. Il problema non è la 'ndrangheta, è la massoneria, la massomafia. È inutile perdere tempo con la manovalanza, con gli scassapagliari, bisogna indagare e colpire in alto, in Italia e all’estero, nell’universo mondo.
(1. Continua)