Dal falso mobbing al furto: licenziata

LA STORIA La commessa che voleva inguaiare Esselunga. Sorpresa a rubare
la donna che inventando i "turni per la pipì" convinse la sinistra a
candidarla all’Ambrogino

I vigilanti l’hanno colta in flagrante mentre nascondeva sotto il camice svariati pacchetti di pile, prelevandoli direttamente dagli scaffali del supermercato. E così lo scorso 15 ottobre, per la cassiera dell’Esselunga è scattato il licenziamento. Ma non si tratta di una cassiera qualunque: la donna in questione è Maria Bolognesi Garazatua, 47 anni, peruviana. Tre anni fa denunciò una pausa pipì negata mentre era alla cassa del supermercato di viale Papiniano.
La storia risultò poi inventata di sana pianta ma all’epoca la donna montò un polverone, raccontando di essere stata costretta a orinare sulla poltoncina della cassa e di essere stata poi aggredita violentemente da alcuni dipendenti nei bagni del supermercato. Pura fantasia, come hanno poi accertato gli inquirenti. L’inchiesta fu archiviata nel 2009 ma per l’azienda di Caprotti rappresentò un danno d’immagine enorme.
Oltre al danno la beffa. All’inizio infatti nessuno aveva messo in discussione le dichiarazioni della «povera» dipendente, anzi: i sindacalisti della Uiltucs Uil l’avevano sostenuta, i colleghi avevano manifestato davanti al supermarket, qualche cliente per protesta aveva perfino stracciato la tessera Esselunga. E l’attuale presidente del Consiglio Basilio Rizzo, all’epoca capogruppo della lista Fo, candidò addirittura la Bolognesi all’Ambrogino d’oro. La propose come eroina, come vittima del mobbing da parte della grandi catene industriali. E la cassiera divenne simbolo dei diritti calpestati dei lavoratori. In poco più di un anno erano stati pubblicati 200 articoli sui giornali per denunciare la presunta ingiustizia e per seguire le tappe di un’inchiesta giudiziaria che sembrava volgere a favore della lavoratrice.
Niente di più sbagliato. Nel corso della vicenda anche i sindacati si erano resi conto della follia del caso ed avevano smesso di affiancare la Bolognesi nella causa. Dal canto suo l’azienda aveva cercato di andare incontro alla donna. Il suo si era rivelato un caso umano piuttosto delicato e dietro l’invenzione dell’aggressione e della pausa negata, le perizie dei medici avevano rilevato profondi disagi psichici. La cassiera, madre di due figli, non fu quindi licenziata ma trasferita nel supermercato di via Forze Armate, nel reparto frutta e verdura, senza alcun contatto con i clienti. Evidentemente la situazione non le andava bene e presentò un certificato medico che le impediva di lavorare stando in piedi. Fu spostata nuovamente alla cassa. «Le abbiamo voluto dare fiducia» spiegano i responsabili dell’ufficio del personale. Ma da quel giorno seguirono un lungo periodo di ferie prima e di aspettativa poi. Fino al furto e al licenziamento. Il curriculum della cassiera parla anche di un assenteismo che da solo sarebbe bastato a giustificare un suo allontanamento. «In sette anni e mezzo - spiegano in Esselunga - su 1.355 giorni lavorativi, la Bolognesi è stata assente per 626 giorni (il 46%) presentando un certificato medico via l’altro».
Ora la vicenda è finalmente chiusa ma da questa storia nessuno esce vincitore: né la donna, con i suoi problemi ed ora senza lavoro, né l’azienda che ha ricevuto una pessima pubblicità. Né tanto meno i dipendenti accusati di aggressione e violenza che per mesi hanno dovuto far valere le loro ragioni davanti ai magistrati. Non ci fu mobbing, non ci furono pestaggi, non ci fu nemmeno la pipì sulla sedia della cassa. Restano solo il ricordo di una brutta storia e qualche bieco tentativo di strumentalizzarla.