Il falso spot elettorale sulla povertà degli italiani

Secondo quanto si legge e ascolta in televisione le festività appena trascorse hanno dimostrato che il Paese è tutt’altro che alla canna del gas, come andavano dicendo quelli dell’opposizione. Si è speso più che lo scorso anno in generi alimentari per il cenone di Natale e quello di San Silvestro (più 92 milioni rispetto al 2004) e i commercianti si ritengono soddisfatti essendo stato il giro di affari di quasi 16 miliardi di euro. Ma d’altronde bastava guardarsi attorno per accorgersi del benessere generalizzato, bastava guardare i negozi, i ristoranti, gli aeroporti dove a frotte partivano per mete esotiche e soleggiate. È stata forse questa evidenza a convincere la sinistra di non insistere col concetto di povertà diffusa a causa del governo Berlusconi. Per la imminente campagna elettorale dovranno cercare altri argomenti, più convincenti.
Mimmo Sperandio e-mail

Non so se sia stato merito del clima natalizio, ma di sicuro è un pezzo che non si sente più l’antifona a cori alternati, con Enzo Biagi prima voce salmista, sulle famiglie che non ce la fanno ad arrivare alla fine del mese, sui bambini ai quali manca il latte e sulle mamme che devono rinunciare al rimmel. Nessuno nega i danni arrecati dal nefastissimo euro. E nemmeno che ci sia gente che deve fare i salti mortali per quadrare i conti. Ma tutto ciò non è segno dell’improvviso immiserimento del Paese. Conta molto, per dirne una, il boom del credito al consumo incoraggiato dalle offerte di minirate senza interessi che inducono talvolta a fare il passo più lungo della gamba. Perché i 30 euri qui, i 40 là, gli altri 45 per il televisore al plasma, gli altri 80 per una settimana alle Seychelles, a fine mese tocca versarli, ma pagare le rate non è sinonimo di indigenza. No, l’antifona cantava il falso. Non può essere povera una nazione dove sei multinazionali si contendono a bordate di milioni di euri il mercato dei cerca abbonati. Se giganti come l’americana InfoNxx o la spagnola Telefonica investono barcate di soldi per gli spot-tormentone dei gemelli biondi o dei pupazzi Biscotto e Canotto avranno pur le loro buone ragioni. Devono essere persuase che gl’italiani sono disposti a spendere un euro virgola ottanta (3.400 lire!) pur di evitarsi la scocciatura di consultare l’elenco telefonico (gratuito). È povera, intendo dire povera come la vogliono povera gli Enzo Biagi e i Romano Prodi, gente così? Ma davvero uno che scuce tremila e passa lire per avere un numero di telefono rinuncia poi ai broccoletti o alle patate perché costano venti centesimi più dello scorso anno? Senta qui, caro Sperandio: la media pare sia di quindici al giorno, ma a Natale abbiamo inviato 700 milioni di «messaggini». E ogni «messaggino» costa, a chi lo invia, 15 centesimi, 300 lire. Solo per quelli spediti a capodanno si sono spesi, secondo gli esperti, la bellezza di 45 milioni di euri. Gente povera, povera come l’intendono i Biagi e i Prodi, butta via i soldi così?
Sì, sono d'accordo con lei, è assai probabile che l’argomento «un Paese alla canna del gas» non venga sollevato, dalle forze che si dicono progressiste, nella prossima campagna elettorale. Primo perché fa acqua da tutte le parti. Poi perché se tornassero sul tema passerebbero immediatamente, anche agli occhi degli elettori di sinistra, come campioni del «chiagne e fotte». Ovvero di coloro che piangono sulla miseria nera degli italiani, ma non si negano niente, ed anzi. Tanto per fare un esempio, uno così, a caso, c’è un certo Consorte che per guidare una cooperativa, ovvero di una impresa mutualistica, tutta valori, etica, solidarietà, equità eccetera, intascava un milione o ottocentomila euri. All’anno. Tutto si può dire, ma non che come contraltare al «chiagnere», il suo era davvero un gran bel - scusate il linguaggio - «fottere».