Una famiglia affacciata sulla Terra Promessa

In «Ogni casa ha bisogno di un balcone» l’israeliana di origini rumene Rina Frank disegna una saga fra ironie, drammi, tradizioni e modernità

Da dieci mesi è nella top ten dei bestseller in Israele e Shimon Peres ha dichiarato testualmente di «aver adorato leggere questo libro». Intitolato Ogni casa ha bisogno di un balcone (Cairo Editore, pagg. 254, euro 15), è una saga famigliare che affonda nel cuore dell’Est europeo del secolo scorso per riemergere in terra d’Israele e proiettarsi nei giorni nostri.
La trama ruota intorno all’io narrante, Rina Frank, scrittrice di origine rumena che ripercorre la storia della sua famiglia e le sue vicissitudini di figlia, moglie e madre. È la fuga da un’Europa minacciosa e la conservazione della propria identità costantemente minacciata; una delle tante storie simili e insieme diverse in cui ogni ebreo del mosaico israeliano si può facilmente identificare. Attraverso la composizione della sua famiglia ashkenazita-sefardita, la Frank ricostruisce una realtà fatta di gesti quotidiani, contraddizioni e paure ma anche di ironia, presenza di spirito e coraggio di chi è costretto a misurarsi ogni giorno con il pericolo incombente.
La vicenda inizia con i genitori poverissimi che si stabiliscono a Haifa raggiungendo alcuni parenti arrivati a loro volta dalla Romania nel 1948, subito dopo la Guerra d’Indipendenza. Devono re-inventarsi una vita, imparare una lingua ostica, trovarsi un lavoro e allontanarsi dalle abitudini romene per diventare «spinosi sabra», ovvero sabar, termine che indica un ebreo nativo di Israele. La vita degli immigrati nella Terra Promessa scorre tra attimi di spicciola felicità, fatiche e miserie di chi deve conquistarsi tutto; un luogo difficile ma dove scorrono solidarietà, linfa vitale, intraprendenza e forti motivazioni. Impossibile sintetizzare in poche righe l’affresco sociale e storico di un Paese complesso, qui mirabilmente dipinto dall’autrice anche grazie alle incisive descrizioni dei singoli caratteri; «un Paese - come dice stupefatto un personaggio del libro - dove è emozionante sapere che chiunque giri per strada è ebreo; un Paese dove sono tutti ebrei. Persino gli spazzini».
Assai diversa dagli scrittori della mainstream israeliana contemporanea nota al pubblico italiano - pensiamo agli eccellenti Abraham Joshua, Amos Oz, Meir Shalev, David Grossman, Yehoshua Kenaz eccetera - Rina Frank è una voce inedita nel panorama letterario israeliano. Di lei sentiremo ancora parlare: israeliana di prima generazione, con un Dna intriso di cosmopolitismo, tradizione e modernità, la sua prosa racchiude tutto il mistero che ruota intorno alla complessa identità della Terra d’Israele e dei suoi abitanti. Sono pagine dense che racchiudono storie di magie e di certezze talmudiche, ma anche di ricordi angosciosi legati alla Shoah. Tutto si fonde: le eredità spirituali dei padri fondatori, dei sionisti, degli ultraortodossi e degli osservanti di Mea Shearim a Gerusalemme; ma anche di laici, di «riformisti-riformati» e di tradizionalisti; e ancora di olim hadashim provenienti dalla Russia e di ebrei americani catapultati dagli Usa come schegge ultra-moderne in una Terra miracolosa nella sua variegata umanità.
Divertenti le descrizioni di un tipico pranzo ebraico, simili a tutte le latitudini, a New York come a Tel Aviv o Barcellona, dove i commensali banchettano allegramente passando dal Gefilte fish (polpette di pesce, generalmente di carpa) allo Schnitzel (cotoletta) o allo challah, il pane a forma di treccia che viene mangiato nello shabbat e durante le festività: anche questo è tipicamente juish... In tutto ciò si sottintende che la protagonista sia la bella Rina, scrittrice dagli occhi verdi cangianti, paradigma dell’israeliana di oggi con le sue luci, le sue ombre e le problematiche con cui ogni donna si deve confrontare (amore, morte, nascita e malattia). Un libro scoppiettante e attuale. Da non perdere.
m.gersony@tin.it