Alla famiglia Ciaccia l’abbraccio della città

Claudia Passa

Nel silenzio irreale che ha avvolto la villetta bipiano color salmone di via Premosello, zona Casal del Marmo, Roma si è stretta attorno alla famiglia di Benedetta Ciaccia dopo che l’identificazione dei resti della giovane fra i corpi martoriati strappati a fatica dalle macerie delle bombe di Londra ha smorzato definitivamente ogni flebile, residua speranza. A cercare di alleviare il dolore non troppo inaspettato ma non per questo meno profondo di papà Roberto e mamma Nella, delle sorelle Roberta e Giulia, del cugino Roberto, un andirivieni silenzioso e discreto di amici, familiari, semplici conoscenti intenti a farsi largo fra il capannello di quei cronisti che ormai la famiglia Ciaccia aveva imparato a conoscere, e che forse non aveva mai smesso di sperare di poter incontrare per festeggiare il ritorno a casa della trentenne romana, che da dieci anni aveva sorvolato la Manica e s’era fatta una vita nella capitale sul Tamigi.
La telefonata che ha spento le speranze è arrivata dalla Farnesina, poco dopo la mezzanotte, seguita dalle condoglianze dell’ambasciatore italiano a Londra. La notizia è rimbalzata in mattinata sui mass-media, e pronta è arrivata la solidarietà dei rappresentanti istituzionali della Capitale. Il sindaco, che dal 7 luglio è sempre rimasto in contatto con i familiari della giovane scomparsa cui nella mattinata di ieri s’è recato a far visita, ha espresso loro la commossa partecipazione e la tristezza di tutta la città. «È un momento molto triste - ha detto Veltroni -, specialmente per gli abitanti di questa nostra città». Il governatore Piero Marrazzo s’è detto «sgomento» e «vicino alla famiglia», mentre Enrico Gasbarra, presidente della Provincia, si dice certo che «il sacrificio di Benedetta sia da stimolo per incoraggiare il processo di pace». Piergiorgio Benvenuti, capogruppo di An a palazzo Valentini, auspica che «ogni istituzione possa degnamente ricordare il sacrificio di una giovane italiana che ha perso la vita ad opera di terribili criminali».
Presto i genitori di Benedetta voleranno a Londra per riportare in patria la salma della loro figlia, forse mercoledì o giovedì. Quindi sarà il Campidoglio a provvedere all’organizzazione del funerale, in occasione del quale potrebbe essere proclamata una giornata di lutto cittadino. La madre vorrebbe che quel giorno Benedetta indossasse l’abito da sposa che aveva già acquistato in vista del matrimonio con Fiaz Bhatti, commerciante anglo-pakistano, musulmano, fissato per una data che a pensarci oggi, dopo quel che è successo, fa venire i brividi: l’11 settembre 2005, quarto anniversario dell’inizio della guerra sferrata all’Occidente da quel terrorismo islamico la cui furia sanguinaria ha travolto in una frizzante mattina londinese la giovane esistenza di Benedetta Ciaccia. Quello stesso terrorismo di cui Roma sente oggi ancor di più il fiato sul collo, al punto di «blindare» dentro e fuori i musei e i luoghi d’arte, rendendoli «sorvegliati speciali» attraverso un servizio di vigilanza che riguarda ad esempio l’area archeologica alle spalle di piazza Venezia («spiata» da telecamere a circuito chiuso con poliziotti in borghese che la percorrono di continuo), via dei Fori Imperiali (dove agenti in divisa sorvegliano uno dei parchi archeologici più importanti del mondo), il Colosseo (monitorato da pattuglie interforze di carabinieri, poliziotti e vigili urbani), i Musei Capitolini, le Scuderie del Quirinale, e le principali piazze del centro storico. Oltre, naturalmente, alla blindatissima piazza San Pietro.