Una famiglia divisa dai violenti

RomaChe le colpe dei padri non ricadano sui figli. O viceversa, dipende dal punto di vista. Fatto sta che da sette-otto anni un giovanotto, brillante giornalista, si occupi con passione della benedetta-maledetta Tav in Val di Susa. Capita pure che a furia di occuparsene - dato che «il treno veloce mi piace, mi piace tantissimo» - il giovanotto finisca per trovare «più ragionevole, anzi più convincente» la posizione contraria al mostro su rotaia.
Nel frattempo, però, la questione si complica. Le manifestazioni dei valligiani diventano sempre più violente e le forze dell’ordine - e la magistratura - finiscono in prima linea. Fermi, arresti, perquisizioni, un rigore che i più facinorosi tra i contestatori non esitano a definire «persecuzione giudiziaria». Nel mirino ci finisce il «mandante» dell’ondata repressiva (o legalitaria, dipende): il procuratore capo di Torino, Gian Carlo Caselli. «Icona» della lotta al terrorismo e poi alla mafia, un «eroe nazionale» come lo definisce con deferenza pelosa Beppe Grillo in una lettera di mesi fa. Ma si tratta anche del padre del giovanotto di cui sopra, Stefano, secondogenito di casa Caselli. E se papà Gian Carlo non s’è mai fatto intimorire, né dai seguaci di Curcio né da quelli di Totò Riina, ora potrebbe vedersi scatenare disobbedienza fin tra le mura domestiche, con evidente disagio intimidatorio. Musi lunghi e minaccia di disertare la partita del Toro, fede familiare, allo stadio?
Stefano, cuore di figlio, un po’ minimizza, un po’ si preoccupa, perché «la questione comunque è delicata». Giura che poi, sulla «No Tav», le opinioni potrebbero «non essere così distanti» tra lui e babbo. E che «chi pratica la disobbedienza civile deve mettere in conto l’infrazione della legge». Se c’è violazione, «è giusto che ci sia chi la faccia rispettare». Insomma, il classico «guardie e ladri» italico con reciproca consapevolezza di ruolo. Eppure sui siti e i blog degli antagonisti il comportamento integerrimo di Caselli, il procuratore, non viene apprezzato come meriterebbe: perquisizioni in piena notte, avvisi di garanzia come se piovesse, accanimento in aula contro alcune scarcerazioni. «Ce l’ha con noi, fa parte del partito degli affari di Violante e di quelli del Pd», sparano ad alzo zero.
«Ho provato anche a spiegarlo, a quelli di Askatasuna (il centro sociale torinese tra i più attivi negli scontri, ndr) - racconta Stefano - macché persecuzione, c’è solo la legge da far rispettare. Non mi pare che l’abbiano capito». Non hanno neppure capito bene, sembra, il legame che unisce il giornalista-amico al magistrato-persecutore (almeno dal loro punto di vista). Cosa che se non depone affatto bene sulla perspicacia degli antagonisti, di sicuro testimonia come l’unica «invasione di campo» della singolar tenzone tra consanguinei si sia svolta a fin di bene. Per una volta il figlio - invece di contestare la capriola ideologica di un padre un tempo accusato di essere troppo di sinistra, e oggi addirittura di «stalinismo» da quelli di sinistra - orgogliosamente l’ha difeso. E in incognito. Scusate se è poco.