La famiglia «novecentesca» di Strindberg

Il regista Massimo Castri restituisce con maestria fragilità psicologiche e inquietudini borghesi del «Padre» In scena Umberto Orsini e Manuela Mandracchia

Laura Novelli

Salone borghese su cui si aprono grandi porte e finestre, abiti femminili perfettamente identici, ossessioni personali che gettano sulla famiglia le fragilità più profonde dell’«Io». Facendo i dovuti distinguo, sembra di poter intercettare non poche analogie tra lo spettacolo che Massimo Castri ha costruito intorno a «Il padre» di August Strindberg - con due attori di calibro quali Umberto Orsini e Manuela Mandracchia per protagonisti - e la sua precedente regia: quel «John Gabriel Borkman» di Henrik Ibsen, cioè, dove emergevano in modo assai efficace le dinamiche conflittuali di un matrimonio ormai compromesso e le dolorose tensioni insite nel rapporto uomo-società.
Se però nel «Borkman» il regista toscano conferiva crepuscolare modernità ad un mondo comunque ancora legato a stereotipi ottocenteschi, in questa lettura scenica del dramma strindberghiano (pubblicato nel 1886 ma foriero di inquietudini già tutte novecentesche), Castri mette mano ad una torbida battaglia marito/moglie declinando accenti marcatamente psicanalitici e freudiani.
Quanto meglio emerge dal lavoro è, infatti, la crisi devastante di un «maschio» (Capitano dell’esercito, sposato e padre di una ragazza adolescente) tanto vulnerabile e irrisolto da soccombere sotto il disegno egemonico di una «femmina» pronta a tutto pur di conquistare il timone dell'educazione della figlia.
Pronta persino a mentire e a instillare nel marito l’atroce dubbio di non essere lui il padre della fanciulla. È a causa di questa ambigua rivelazione che il Capitano (un Orsini certamente bravo ma forse troppo imbrigliato in una recitazione distaccata e razionale che non lascia sufficiente spazio alla passionalità) perde il senno e finisce prigioniero di una camicia di forza che - nell’epilogo del dramma - diventa approdo (e contrappeso) di una regressione all’infanzia vissuta come unica scappatoia possibile.
La sua discesa agli inferi procede non a caso gradatamente, via via che la raffinata scenografia di Maurizio Balò ruota su se stessa scompaginandosi e spogliandosi di mobili e orpelli.
L’esplosione arriva irreparabile soltanto nel terzo atto. Allorquando, a questo dubbioso (anti)eroe del Novecento, non resta che accettare il dominio della moglie Laura (cui la Mandracchia consegna una prova matura ma a tratti eccessivamente caricaturale e bozzettistica) e della vecchia balia (un’incisiva Gianna Giachetti), e lasciare che - sotto un vistoso albero di Natale addobbato a festa - il suo «Io» bambino e la sua presunta follia lo pongano al riparo dalla vita.
C’è da dire che, a fronte di un testo bello anche se per molti versi datato, la regia di Castri non riesce a trovare, secondo noi, una chiave del tutto affascinante: nel complesso l’operazione funziona ma non si può negare che alcuni passaggi risultino rigidi, altri eccessivamente grotteschi, altri ancora troppo dilatati e lenti.
Come se, in definitiva, sradicando Strindberg dai suoi più abusati cliché, il regista volesse porgerlo sotto una nuova luce e votasse a questo scopo innanzitutto la recitazione, guidando gli interpreti su un registro «sovraesposto» e esteriorizzante che non sempre rende ragione della lacerata umanità (o disumanità) dei personaggi.
Lo spettacolo rimarrà in scena al teatro Eliseo fino a domani. Informazioni ai numeri: 06.4882114 e 06. 48872222.