La famiglia tartassata: il matrimonio non conviene più

E poi dicono Dico. Articolo 31 della Costituzione: «La Repubblica agevola con misure economiche e altre provvidenze la formazione della famiglia e l’adempimento dei compiti relativi». Macché. In Italia, oggi, sposarsi non conviene. Anzi, i coniugi meglio farebbero a separarsi. Perché dal punto di vista economico lo Stato, ebbene sì, discrimina il matrimonio rispetto alle convivenze.
Potenza di un ordinamento vetusto, scritto quando la via maestra era quella dell’altare e la semplice convivenza quasi mai veniva contemplata fra le ipotesi percorribili. Ma potenza, anche, di normative recenti anzi recentissime, che sanno di accanimento. Come nel caso dell’ultima legge finanziaria, che al tormentato capitolo Famiglia stabilisce che i figli debbano essere a carico di entrambi i coniugi al 50 per cento, e che comunque non possano essere a carico del coniuge con il reddito inferiore. Regola che non vale in caso di una coppia di semplici conviventi. La riflessione, esplosiva, arriva, dati alla mano, da due pignoli, quanto sposati, consiglieri regionali della Liguria, Franco Orsi di Forza Italia e Matteo Marcenaro dell’Udc, che hanno messo a perdere la giunta con una mozione che chiedeva il rispetto della Costituzione ma che la maggioranza di centrosinistra ha respinto.
Ma da Nord a Sud del Paese la situazione è la stessa. Perché il nodo, ben aggrovigliato, è uno: il cumulo dei redditi, che si applica alle coppie convolate a nozze ma non a quelle conviventi che non risiedono nella stessa casa, pur abitando insieme. A meno che, beffa nella beffa, il matrimonio non sia stato celebrato con rito esclusivamente religioso, quindi senza la contestuale attribuzione degli effetti civili. Famiglia media: due coniugi e un figlio, reddito del marito 25mila euro, reddito della moglie 16mila, per un totale di 41mila. In farmacia, per dire: il diritto all’esenzione sul ticket sui farmaci scatta con un reddito di 36mila euro. Ergo, i due coniugi non potranno usufruirne, al contrario dei due «non coniugi». Il calcolo è presto fatto anche per l’accesso all’edilizia convenzionata, là dove il reddito complessivo deve aggirarsi sui 38mila euro.
Le diseguaglianze maggiori scattano sui servizi per i figli, dalla prima infanzia in poi. Così, per dire. Ottenere un posto all’asilo nido è già impresa titanica, visto che in tutta Italia trattasi di strutture a numero chiuso, alle quali si accede fino a esaurimento posti. Ebbene, poiché le graduatorie si basano anche sul reddito, la famiglia che guadagna complessivamente 41mila euro avrà minori chances, per esempio, della madre che ne guadagna 16mila e ha il figlio a carico. Lo stesso vale per i benefici universitari: alloggi, borse di studio, buoni pasto, buoni libro. In tutti i casi, dall’asilo all’università, il parametro di riferimento è l’Isee, «indicatore della situazione economica equivalente»: più basso è, più punti in graduatoria si acquisiscono. L’Isee si calcola in base al reddito, ed è qui che arrivano i guai per la coppia sposata. La simulazione degli uffici regionali liguri per esempio, dove l’Isee è di 14mila euro, corrispondente a 29mila euro di reddito senza casa di proprietà, dice chiaro che il figlio della coppia sposata con reddito complessivo di 41mila euro non avrà diritto all’alloggio universitario, perché il suo Isee sarà a quota 20mila, oltre il limite fissato. Ma se la coppia non fosse sposata e il figlio a carico di uno dei due partner, l’accesso sarebbe garantito. Ancora, nel Comune di Milano l’Isee influisce anche sulla retta dell’asilo nido: se è compreso fra 6.500 e 12.500 euro, come nel caso dei conviventi, la retta mensile sarà di 103 euro. Se invece l’indicatore è compreso fra i 12.500 euro e i 27mila, come nel caso della coppia sposata, allora la mensilità da versare sarà di 232 euro.
Se gli italiani sposati hanno già imparato a evitare accuratamente la comunione dei beni, si pensi solo che le agevolazioni sulla prima casa sono negate ai nuclei familiari in cui un coniuge ne possieda già una, a meno che la coppia non abbia optato, appunto, per il regime di separazione dei beni, càpita che, parola di commercialisti, si stia diffondendo un fenomeno tutto nuovo e allarmante: le finte separazioni. Non fosse altro che l’assegno di mantenimento per il coniuge è detraibile dal reddito imponibile ai fini fiscali.