È la famiglia la prima unione da tutelare

Federico Guiglia

Fra il Pacs (patto civile di solidarietà) e il Ccs (contratto convivenza solidale) c'è di mezzo non l'Unione di centrosinistra, divisa fra la proposta avallata da Prodi e quella presentata da Rutelli su come tutelare le coppie, ma la Costituzione della Repubblica. La quale, nell'ambito dei rapporti etico-sociali, dedica non uno, come si tende a ricordare, ma ben tre e corposi articoli al concetto di famiglia: il 29, il 30 e il 31.
Tra l'altro, proprio così è scritto, «famiglia» per esteso, senza ridurla a sigla astrusa e copiata dalla legislazione francese per dare formale riconoscimento a chi, spesso, neppure lo richiede: altrimenti avrebbe scelto di sposarsi civilmente o in chiesa. Tutto è libero in Italia, convivere, sposarsi, separarsi, divorziare, risposarsi o restare singoli. Ma a pagare il pedaggio più alto in termini di diritti non sono le coppie che, se fossero discriminate in quanto tali o per singoli componenti, avrebbero tutti gli strumenti di denuncia del caso alla magistratura; in realtà i principi costituzionali non attuati o disattesi riguardano, innanzitutto, la famiglia. E allora se ancora si crede che la Costituzione sia la «legge fondamentale» dello Stato, prima di preoccuparsi di «normare», come orribilmente si dice, condizioni «di fatto», la politica dovrebbero forse occuparsi di rendere concreti i dettami riguardanti non solo le situazioni di fatto ma pure di diritto, ossia la famiglia che c'è, e che nessuno «realmente» tutela.
Bastino un paio di passaggi per spiegare l'apparente paradosso. All'articolo 31 della nostra Carta si stabilisce che la Repubblica «agevola con misure economiche e altre provvidenze la formazione della famiglia e l'adempimento dei compiti relativi con particolare riguardo alle famiglie numerose». Dopo quasi sessant'anni di tempo e decine di governi, qualcuno può amabilmente elencare quali sono oggi le agevolazioni fiscali, gli aiuti finanziari o le «altre provvidenze» a beneficio delle famiglie, e in particolare delle «famiglie numerose»? Al danno s'aggiunge pure la beffa, perché le ultime parole dello stesso articolo costituzionale precisano che la Repubblica «protegge la maternità e la gioventù, favorendo gli istituti necessari a tale scopo».
Di nuovo: qualcuno può indicare quali e quanti siano i provvedimenti legislativi che «proteggono» le mamme e i giovani del 2005? Forse l'Italia è diventato il Paese europeo degli asili-nido o quello col maggior numero di campi sportivi per la «gioventù» senza che ce ne siamo accorti? Forse le donne sono «aiutate» a diventare madri nella società in cui vivono e lavorano, o i ragazzi sono indotti allo sport, almeno al socievole sport, dalle scuole dell'obbligo che frequentano?
Parlare di coppie in una Repubblica che alle coppie per legge, cioè familiari, ha rivolto sessant'anni di indifferenza, è certamente utile. Purché, però, lo si faccia con l'obiettivo di risolvere almeno un po' quest'antica e attuale mancanza, purché si dica che lo Stato ha finora rinunciato ad «agevolare», dunque a riconoscere, l'esistenza di milioni di cittadini che hanno scelto di prendersi delle responsabilità, delle grandi e quotidiane responsabilità. E che complessivamente rappresentano la maggioranza degli italiani. Cosa che non significa, ovviamente, dimenticare le coppie non sposate o far finta che non esistano. Ma l'attenzione sul tema, se vuole essere autentica e non pre-elettorale, dovrebbe concentrarsi innanzitutto sulla prima «coppia di fatto» che il Parlamento ha colpevolmente ignorato: la famiglia.
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