«Una famiglia unita non è una colpa»

nostro inviato a Torino

«È ora di finirla - attacca il Pg - con le trasmissioni in diretta. Con il doppio processo, penale e mediatico. Con Porta a Porta e Matrix, condannati ancor prima della sentenza e accomunati nell’Indice dei programmi da proibire».
Annamaria Franzoni ascolta silenziosa. Al suo fianco; i nuovi avvocati, Paola Savio e Paolo Chicco, il marito e il suocero. Poi Carlo Torre, il medico legale convinto che l’assassino non abbia maneggiato un mestolo o un pentolino ma uno scarpone o un sabot, lo zoccolo delle montagne valdostane.
Atmosfera rarefatta, voglia di chiudere, stanchezza. «C’è chi ha mandato - aggiunge corsi - fotografie della villetta spacciandole per foto satellitari. Si è creato una sorta di “morbo di Cogne”. Certe trasmissioni televisive hanno solo confuso le idee». Adesso basta. Non c’è più spazio per la coreografia: non c’è il corteo del parentado, mancano i duri del Comitato pro Annamaria. Non c’è più Carlo Taormina, come lo chiama con ironia Corsi.
L’imputata ascolta impassibile la requisitoria, come una brava studentessa, non si scompone mai, pare quasi estranea a quel rito che eppure la vede imputata di un delitto tremendo.
Poi, finalmente, si scuote e durante una pausa replica a distanza a Corsi: «Sono esterrefatta, sembra che io passi come una persona che condiziona i giornalisti. Come se io potessi dire: mettetemi quella dichiarazione o tagliatela».
Il processo doc; quello basato sulle prove e misurato sull’imminente pena, è tanto per cambiare in seconda linea. «È una colpa - aggiunge lei - se siamo una famiglia unita. In quel momento eravamo attaccati da tutti, ci dovevamo difendere. Non ho mai strumentalizzato nessuno. Io sono stata ripresa attraverso dieci vetri o in casa. Di vita privata ne ho avuta veramente poca».