«Il fanatismo terrorista? Figlio dell’Occidente»

La provocazione del vescovo Luigi Negri diventa un contributo al dialogo con i musulmani

Ha colpito molto l’apprendere che i terroristi degli attentati di Londra erano ragazzi liberi nati e cresciuti in Occidente, in condizioni di vita più che dignitose, anche se indottrinati dai cattivi maestri del fondamentalismo islamico. Un particolare sul quale non si è riflettuto abbastanza, secondo il vescovo di San Marino e Montefeltro Luigi Negri, studioso di filosofia e storia, già docente alla Cattolica di Milano: «Vedo in questo terrorismo di matrice islamica la mutazione di un virus che appartiene alle ideologie occidentali».
Su quali basi si può affermare che il fanatismo terrorista è un prodotto occidentale?
«Credo sia in atto, nel corpo dell’Islam – una realtà, è bene ripeterlo, variegata e disomogenea – qualcosa di analogo a quanto è accaduto nel corpo della cristianità all’epoca dell’illuminismo: un irrigidimento di carattere ideologico e socio-politico. In Occidente la violenza come strumento di imposizione delle ideologie è soprattutto il frutto dell’intolleranza dell’ideologismo di matrice illuministica e totalitaria. Per questo nel comportamento pratico del kamikaze, “cavaliere del nulla”, riconosco questi elementi di stampo occidentale».
Non le sembra di esagerare scaricando sull’Occidente colpe che non gli appartengono?
«Nient’affatto. Vorrei ricordare quanto è accaduto nell’ultimo mezzo secolo in Paesi dell’estremo Oriente, come ad esempio nel caso della Cambogia. I massacri di Pol Pot rappresentano l’irrigidimento marxista-leninista di una ideologia appresa sui banchi della Sorbona di Parigi, non la degenerazione della religione o della tradizione del popolo cambogiano. Per questo ribadisco che nei nuovi terroristi islamici l’ideologia occidentale conta almeno tanto quanto l’indottrinamento fondamentalista che hanno ricevuto. Quando sento affermare che la distruzione dell’Occidente è la condizione per creare la giustizia mi sembra di sentire riecheggiare certi slogan farneticanti del terrorismo europeo del secolo scorso».
Lei dunque sostiene paradossalmente che è l’Islam stesso ad essere sotto attacco?
«Io dico che ciò che sta avvenendo è simile a quanto è accaduto con il tentativo di svuotare il cattolicesimo da parte delle ideologie del XIX secolo. La Chiesa ha resistito e oggi esiste ancora, mentre le ideologie illuministe e totalitarie sono morte o agonizzanti. Speriamo che anche i nostri amici islamici resistano a questo attacco e possano superarlo».
Benedetto XVI ha dichiarato che le bombe di Londra non erano attentati contro il cristianesimo. Che cosa ne pensa?
«È corretto affermare che non si tratta di uno scontro tra Islam e cristianesimo, ma di un confronto tra il totalitarismo terroristico – che si rifà al fondamentalismo islamico – e la civiltà...».
Intende dire la civiltà occidentale?
«No, la civiltà tout court. La civiltà e basta. Anche se la civiltà occidentale rimane un punto di riferimento insostituibile ed è di molto debitrice al cristianesimo. Benedetto XVI, nel suo recente discorso alla comunità musulmana di Colonia, ha detto: “Cari amici, sono profondamente convinto che dobbiamo affermare, senza cedimenti alle pressioni negative dell’ambiente, i valori del rispetto reciproco, della solidarietà e della pace. La vita di ogni essere umano è sacra sia per i cristiani che per i musulmani”».
Oggi cresce fra la gente un sentimento di paura verso chi appartiene a una cultura diversa. Cosa può fare, in positivo, il cristianesimo?
«Non si può eliminare la paura: per secoli l’Occidente ha avuto paura prima dei barbari e poi dei turchi. La via da seguire è il recupero da parte dell’Occidente della sua tradizione viva, che non è solo quella cristiana. Il terrorismo non lo si batte teoreticamente, ma facendo vedere che è in atto una pratica umana di vita sociale e di rapporti tra gli uomini più bella e più giusta. È quella che Giovanni Paolo II chiamava la “civiltà della verità e dell’amore”. I cristiani non possono comunque esorcizzare la possibilità del martirio. Così come è accaduto nel XX secolo, può essere chiesta di nuovo a loro l’effusione del sangue. Certamente non la cerchiamo né la desideriamo, ma sarebbe irrealistico non dire che quella del martirio è una prospettiva oggi di nuovo incombente».
Su quali basi si può e si deve dialogare con l’Islam?
«Il dialogo si fa sui diritti civili e sociali, sui diritti fondamentali dell’uomo, non a livello teologico. La via dell’incontro è concreta e pratica. Nel mondo greco-romano l’incontro con il cristianesimo andò proprio così, come testimonia l’anonimo autore della Lettera a Diogneto quando parlando dei cristiani dice che essi avevano una capacità di rispetto ignota a tutti».