Fanfare e tromboni

È triste, anche se non era del tutto imprevedibile, che una grande gioia e un sollievo nazionale debba mescolarsi con amarezza, polemiche, forse lacerazioni. Ma è ancora più triste che ciò avvenga in misura molto superiore all’inevitabile, verrebbe da dire al necessario. La partita che ha condotto alla liberazione di Daniele Mastrogiacomo e al salvataggio della sua vita non poteva non avere angoli di penombra, ma si poteva evitare che questi venissero messi in luce, si direbbe deliberatamente, proprio da chi aveva minore interesse a farlo e anzi il dovere di evitarlo. Il sollievo può essere un’attenuante al trionfalismo, in apparenza perfino ingenuo, per la svolta della vicenda che ha riportato a casa un collega e un compatriota. Ma non era necessario che il sollievo si esprimesse in fanfara, con tutte le conseguenze che ciò sta avendo non soltanto sui rapporti fondamentali fra l’Italia e gli Stati Uniti ma anche a spese della concordia nazionale e perfino con conseguenze sugli equilibri interni dell’Alleanza atlantica e sui rapporti con gli alleati europei. Ai critici interni del governo Prodi si sono associati, ad esempio, i governi di Gran Bretagna, Olanda e perfino della Germania, che non si annovera certo fra i Paesi «falchi».
Ma in prima linea ci sono, naturalmente, le reazioni di Washington. Che sono state, ventiquattro ore dopo, diverse da quelle immediate e più esplicite e più secche, fino ad includere toni direttamente polemici che fino a quel momento erano stati risparmiati. All’origine del peggioramento ci sono quasi certamente alcune sottolineature «trionfalistiche» da parte del governo italiano e soprattutto, duole dirlo, del ministero degli Esteri. Entrambi i massimi esponenti del governo Prodi si sono lasciati tentare a vantarsi della «tolleranza» della Casa Bianca e del Dipartimento di Stato nei confronti di una iniziativa che contraddice i principii statuiti della politica estera americana presentandola come una approvazione o, peggio ancora agli occhi degli Usa, una scelta condivisa. Questo allorché doveva essere ed era chiaro fin dall’inizio che, posta di fronte al grave caso umano del rapimento del giornalista italiano, Washington era disposta a chiudere un occhio sulla violazione di certe regole, in sostanza minimizzare, in pratica a tacere. A fingere, si potrebbe dire, distrazione. Tanto più opportuno doveva essere il silenzio a operazione conclusa. Invece D’Alema, di solito il più accorto fra i nostri governanti attuali, si è apparentemente lasciato trascinare a un passo che da lui non ci si aspettava: a ringraziare in chiare lettere il segretario di Stato Condoleezza Rice per un ruolo di «complicità» che l’amministrazione Bush avrebbe avuto nella vicenda, che non poteva non somigliare alla concessione di una «carta bianca». La destinataria, ovviamente, non poteva accettare di buona grazia questo grazie. Se anche lo avesse voluto non se lo sarebbe potuto permettere e dunque Casa Bianca e Dipartimento di Stato si sono sentiti obbligati a chiarire le cose in termini espliciti: l’America non ha affatto «approvato» lo scambio di ostaggi. L’America non ne era al corrente. L’America non ha dato e non poteva dare in alcun modo la sua vantata «piena collaborazione». L’America non ha incoraggiato il governo afghano a una violazione di una linea insita non solo nella «guerra al terrore» dell’Amministrazione Bush ma nelle tradizioni di tutti i presidenti e di entrambi i partiti americani da più di mezzo secolo, che è impensabile che possano essere messi in dubbio dalla cordialità di una cena fra due ministri degli Esteri.
Washington non poteva che rispondere così. Tanto più che il comportamento del governo italiano presenta altre «sbavature», a cominciare dal rilancio, proprio in questo momento, del progetto di una «conferenza di pace» con la partecipazione dei talebani. Non c’era bisogno di particolare esperienza nei rapporti italoamericani per auspicare, come chiaramente espresso in queste colonne, che il caso Mastrogiacomo con le sue indiscutibili urgenze umanitarie venisse il più possibile «isolato» da altre iniziative e dal resto del contenzioso fra Roma e Washington. Si è fatto invece l’opposto. Negoziare con i talebani, o una parte di essi, è difficilmente proponibile in un contesto generale e impensabile da parte di chi si è visto appena costretto ad anticiparlo liberando dei terroristi. E anche le iniziative unilaterali dell’Italia in favore di un governo palestinese comprendente Hamas diventano inopportune nella forma pubblicizzata che hanno avuto. Sollevando il sospetto che questo insieme di forzature imprudenti non scaturisca soltanto da una legittima soddisfazione ma da considerazioni di «politica politicante», concessioni retoriche, una volta di più, all’estrema sinistra. Un pessimo investimento, un errore che si sta ripercuotendo sull’intero governo e sull’Italia tutta.
Alberto Pasolini Zanelli