"Il fannullone? Se lo educhi, lo eviti"

Parla il presidente degli aeroporti di Milano, Giuseppe Bonomi: &quot;Giusta la linea del rigore, ma senza estremismi&quot;. Nel 2008 due licenziamenti in tronco. <strong><a href="/a.pic1?ID=284825">E in Germania la caccia ai fannulloni va in onda in tv</a></strong>

Milano - Lei che è un manager pubblico...
«Devo interromperla subito. Non mi ritengo un manager pubblico, ma un manager e basta».
Giuseppe Bonomi, 50 anni, avvocato, ex presidente dell’Alitalia, dal 2006 è presidente della Sea, la società che gestisce gli aeroporti di Linate e Malpensa controllata dal Comune di Milano; carica che aveva già ricoperto tra il 1997 e il 1999. Spiega: «La particolarità della mia azione sta nel fatto che in un’azienda controllata da capitale pubblico i temi legati al lavoro sono considerati in maniera particolarmente delicata».

Proprio qui la volevo. Quello che sta accadendo in Italia ci dice che sta cambiando la cultura del lavoro e delle relazioni tra aziende (pubbliche) e lavoratori. Nello stesso tempo si sta minacciando un autunno caldo. Che ne dice?
«Il ministro Renato Brunetta e il governo stanno facendo una forte opera di sensibilizzazione».

... sui fannulloni?
«Sì, e non solo. Ma la Sea, e lo dico senza squilli di fanfare, è già entrata nella fase due».

Cioè?
«La fase uno, per dirla con Brunetta, è quella che ha per obiettivo la necessità di scandalizzarsi rispetto a una cultura del lavoro anacronistica. Mette in evidenza un aspetto sacrosanto: che chi viola le regole va sanzionato».

E la fase due?
«Entra nel meccanismo delle motivazioni e della prevenzione. Noi siamo già qui. Abbiamo individuato le criticità e le stiamo affrontando con una forte opera di prevenzione. Che viene, appunto, prima dell’eventuale sanzione».

Ci fa un esempio?
«Il concetto è questo. L’assenteismo e forme patologiche di non lavoro trovano terreno fertile in aziende (pubbliche e private, ma soprattutto pubbliche), che non sanno esprimere valori, visioni e progetti; e di conseguenza non hanno una linea di comando chiara. Nel nostro caso stiamo facendo il serio tentativo di esprimere questi principi e di premiare il lavoro e le prestazioni di chi li condivide».

Come agite?
«Facciamo opera di prevenzione, prima che contenzioso con i singoli. La sanzione dev’essere l’extrema ratio».

E quindi?
«Quindi abbiamo impostato una massiccia campagna di colloqui con i dipendenti il cui carico di assenze faccia dubitare della loro correttezza. Abbiamo parallelamente intensificato, di concerto con l’Asl, il ricorso alle visite fiscali. Il tutto con comunicazioni periodiche ai sindacati, con i quali abbiamo un filo diretto».

Che cosa dicono? Da voi le sigle sono tante...
«Sono nove. Ma hanno capito che il mondo sta cambiando e c’è un atteggiamento costruttivo reciproco. Noi portiamo avanti una linea di rigore ma senza estremizzazioni, consideriamo il profilo sanzionatorio una delle leve, non "la" leva. Loro ci appoggiano. Ci si è resi conto tutti quanti che bisogna lavorare di più. Sembra banale invece è fondamentale».

Avete ottenuto risultati?
«Sì, in un anno il tasso di assenteismo è calato di un punto, dal 10% al 9%. Le ricordo che nel settore dei trasporti il tasso è mediamente più alto che altrove, qui si lavora ventiquattrore al giorno, 365 giorni, anche nei fine settimana estivi... ».

Un possibile autunno caldo la preoccupa?
«Noi abbiamo già superato la fase della conflittualità, quindi una ventata di scioperi, se ci saranno, verranno dal contesto esterno, che è sofferente, e non da motivazioni interne».

Una battaglia che si preannuncia sanguinosa nelle Ferrovie è quella per il macchinista unico. Mauro Moretti, l’amministratore delegato delle Fs, è fermo nel voler raggiungere questo obiettivo e i sindacati sembrano pronti a difendere il secondo conducente...
«Noi avevamo una situazione simile nell’handling (i servizi di terra negli aeroporti, ndr). Le squadre sottobordo con il compito di caricare o scaricare i bagagli erano composte prevalentemente da coordinatori. Poteva capitare che in quattro coordinassero e due soli faticassero».

Mica male, e com’era possibile?
«Un retaggio del monopolio, quando i privilegi venivano dispensati generosamente».

Com’è andata a finire?
«Abbiamo accorpato le figure di coordinamento in una sola, così si sono creati i giusti rapporti tra chi scarica e chi controlla».

Non mi dica però che sono tutte rose e fiori. Anche voi, come le ferrovie, avrete ben licenziato qualcuno. Anni fa ci furono casi di furti...
«Nell’ultimo anno abbiamo cacciato due persone, in tronco»

Che cos’avevano combinato?
«Un dipendente durante le assenze con certificato medico partecipava a tornei di biliardo in giro per l’Italia. Abbiamo monitorato a lungo e siamo intervenuti. Senza sconti».

L’altro?
«Una giusta causa per ripetute assenze ingiustificate. In passato non si faceva, non c’era controllo: ma c’è un contratto nazionale da rispettare. La presenza è il presupposto del lavoro, è il patrimonio del lavoratore. Nel rispetto dei colleghi. Ma lo sa che noi d’estate riceviamo certificati medici dalle più disparate località di villeggiatura? Un dipendente prossimo alla pensione ha annunciato un mese di malattia e precisato: sono reperibile nella mia residenza secondaria di Pantelleria».

Cos’avete fatto?
«Lo abbiamo indotto ad avvalersi immediatamente della mobilità».

Lei è stato anche presidente dell’Alitalia, sindacalizzata, conflittuale e disastrosamente in perdita. Qui nel 2003 migliaia di hostess hanno presentato contemporaneamente un certificato medico paralizzando la compagnia. La questione, allora, finì in fumo. Secondo lei oggi l’azienda avrebbe un atteggiamento più duro?
«Sicuramente. Ma me lo lasci dire: con il clima di oggi un’azione del genere non sarebbe nemmeno più possibile».