Fano, madre uccide figlia disabile e tenta il suicidio

Tragedia familiare vicino a Fano: la madre ha finito la giovane di 22 anni con una coltellata alla gola. Poi ha cercato di togliersi la vita. Il marito agricoltore ha dato l'allarme quando è tornato a casa

Pesaro - Una donna di 50 anni, Silvano Servadio, ha ucciso questa mattina Sara, la figlia disabile di 22 anni, tagliandole la gola con un coltello; la donna ha poi cercato di suicidarsi usando la stessa arma. È stata ricoverata in gravissime condizioni nell’ospedale regionale di Torrette, ad Ancona. La tragedia familiare si è consumata in un casolare ritrutturato lungo la strada Valecesana, in località Monteporzio, nel territorio comunale di Fano (Pesaro).

Delitto scopero dal marito A scoprire quanto era accaduto è stato intorno alle 11 il marito Silvano, agricoltore cinquantenne. Rientrato a casa, l’uomo ha trovato il corpo della moglie riverso a terra accanto al letto della figlia, con ferite al collo e all’addome. La donna era ancora cosciente, mentre per la giovane non c’era più nulla da fare. Nonostante la gravità delle lesioni che si era procurata, la cinquantenne - che non sarebbe in pericolo di vita - è riuscita a parlare e a confessare quanto aveva fatto. La ragazza era gravemente disabile dall’età di quattro anni, e sembra che la madre, una casalinga, patisse molto questa condizione, che necessitava di continua assistenza e attenzione. E forse è proprio la depressione alla base della tragedia. È quanto avrebbero riferito ai carabinieri amici e conoscenti della donna, che ha ammesso di aver ucciso la ragazza. Stando a quanto di è potuto apprendere, la giovane aveva problemi di crescita che si erano evidenziati fin dall’età di 4 anni. Una condizione estremamente penosa che avrebbe spinto la madre, un casalinga, a uccidere la figlia.

Il sindaco: Sara genio del computer  È il ricordo del sindaco del piccolo centro (2.700 abitanti) Attilio Patrignani. Sara, affetta da una forma di lupus che ne aveva compromesso lo sviluppo fisico e il sistema immunitario, aveva lavorato al centralino del Comune grazie a una borsa lavoro, ma a causa di un peggioramento delle sue condizioni, aveva dovuto smettere da un anno. «Aveva tutti i problemi possibili immaginabili, una menomazione fisica totale» commenta oggi il sindaco, affranto. «Del tutto non autosufficiente - secondo chi l’ha conosciuta - e inchiodata su una sedia a rotelle, non poteva neppure stare a contatto con altre persone a causa delle sue deficienze immunitarie». Nonostante i suoi handicap fisici, era però bravissima al computer («le piaceva essere utile»), lucidamente consapevole delle sue limitazioni e «probabilmente soffriva tantissimo». «Il suo sogno irrealizzabile - ricorda Patrignani - era lavorare in banca». «La mamma - spiega ancora - per lei faceva tutto. Ma al di là dell’amore grandissimo per la figlia non aveva niente». E al di là delle misure per inserire le persone con disabilità gravi, secondo il sindaco, «manca completamente l’assistenza alle famiglie».