La fantapolitica del centro

Elisabetta Gardini*

Ci sono due immagini, in politica, che vengono comunemente associate alla parola «centro»: la prima, di segno positivo, la collega a una coalizione di moderati, riformisti, capaci di buon senso e avulsi da qualsiasi tipo di estremismo. La seconda, di segno negativo, è eredità dei tempi della rivoluzione francese, e identifica il centro come una palude immobile, nella quale tutti i pesci si confondono e nuotano senza una direzione. In questo senso, «centro» è sinonimo di inconcludenza, di opportunismo e di mancanza di coraggio.
In Italia, a queste due categorie se ne può aggiungere una terza, eredità di un passato che ancora non riusciamo a superare completamente: ai tempi della contrapposizione fra Democrazia cristiana e Partito comunista, infatti, il «centro» era assimilato alla «destra», secondo le categorie ideologiche in voga nella sinistra, non solo quella estrema. Ora, finalmente, anche se la sinistra è ancora intrisa di una cultura massimalista che vede nella demonizzazione dell'avversario il mezzo privilegiato per affermarsi, ci sarebbe spazio per riportare la politica, quella vera, nel suo alveo naturale, che è insieme tecnico e filosofico: è il terreno dei valori, degli ideali, della lettura della realtà. La politica è un'entità viva, vitale, e mai bisognerebbe dimenticare che il suo scopo dev'essere quello di servire i cittadini, ascoltandoli e mettendoli in condizione di operare al meglio in tutti i settori della vita pubblica. Per queste ragioni, non riusciamo a comprendere quali fantasmi agitino gli amici dell'Udc in questo periodo fondamentale nel quale si decide l'avvenire del nostro Paese. Questo esecutivo, anche grazie al contributo dell'Udc, è stato il più longevo nella storia della nostra Repubblica. E, insieme, è stato l'unico capace di avviare un serio progetto riformista, di interpretare il presente con lo sguardo proiettato nel futuro. Disconoscere tutto ciò che di buono è stato fatto, in nome non si sa bene di cosa, non può giovare né alla coalizione né al Paese, e nemmeno alla stessa Udc.
Proprio perché la politica è un'entità viva, è anche teatro di discussioni, riflessioni e cambiamenti: questo nessuno lo nega. Ma, se non si vuol dare l'impressione di ricadere nei difetti dell'inconcludenza e del distacco dai cittadini e dalle loro esigenze, occorre agire in maniera trasparente, non solo nelle intenzioni, ma anche nei fatti.
A nostro parere, gli amici dell'Udc dovrebbero riflettere innanzitutto su un fatto: che tutti i commentatori, di fronte alle loro recenti iniziative, sono perplessi e si interrogano sulle loro reali intenzioni. Questo è il segno di una mancanza di chiarezza, perlomeno sotto l'aspetto della comunicazione, che non giova a nessuno. Qualcuno, fra gli analisti, ritiene che Follini e i suoi abbiano intenzione di avvicinarsi alla coalizione di Prodi, arrivando a ipotizzare eventuali accordi di desistenza alle prossime elezioni. A noi questa sembra, francamente, fantapolitica: non possiamo credere, infatti, che gli esponenti di un partito moderato e cattolico abbiano in animo di tradire la propria storia e i propri ideali schierandosi con chi quegli ideali ha sempre combattuto. Altri, invece, sostengono che dietro alle intemperanze dell'Udc si nasconderebbe la volontà di creare un «terzo Polo» centrista: ebbene, anche questa ipotesi ci appare poco credibile. Il bipolarismo è stato ed è una conquista, frutto dell'evoluzione della politica italiana in una direzione europeista. La nascita di un terzo polo non farebbe che creare confusione, e innescherebbe un processo di involuzione che ci allontanerebbe dalle principali democrazie europee. Si rischierebbe di tornare a una politica autoreferenziale, di «scambio». Per questo la strada del bipolarismo non deve essere abbandonata, anzi va rafforzata, per questo l'intuizione di Silvio Berlusconi di creare un partito unitario di centrodestra è fondamentale per evitare di ricadere negli antichi difetti che per troppo tempo hanno segnato la storia del nostro Paese. Infine, un Polo di centro esiste già, ed è la Casa delle Libertà. Quindi, agli amici dell'Udc vorremmo chiedere di esprimersi in maniera netta e chiara su quale sia il loro progetto, quali i loro reali fini. Non c'è nulla di offensivo in questa domanda, che viene non solo da noi, ma da tutti coloro che si occupano di cose politiche. Insieme abbiamo avviato un progetto di modernizzazione del Paese che, se l'Unione di Prodi dovesse andare al governo, sarebbe demolito, e riporterebbe l'Italia indietro di decenni. È un rischio enorme che va assolutamente scongiurato.
Riflettiamo su quelli che sono i veri pilastri della nostra coalizione e della nostra visione del mondo, e riportiamoli al centro delle nostre discussioni e della nostra azione politica. Altrimenti, continuando a beccarci senza costrutto finiremo per disperdere il nostro patrimonio di amore per la vita e per la libertà. E il «centro» verrà ancora una volta assimilato alla «palude» di antica memoria, anziché al progetto lungimirante e riformista che è stato la sua cifra reale in questi anni di legislatura.
*Portavoce Coordinamento nazionale di Forza Italia