Fantasie antinucleari

Vorrei partire da un dato ovvio: perché il mondo vada avanti ci vuole energia. Non ci sono santi che tengano. Se non mangi crepi, se non metti carburante nella macchina resti a piedi, se non paghi la bolletta all’Enel non ti resta che la candela... Che il problema energetico sia una brutta gatta sta emergendo con evidenza. Il ministro Scajola ha parlato di un piano da affrontare in tempi urgentissimi. Non so cosa intenda fare il governo che si insedierà dopo le elezioni. Di sicuro non potrà né snobbare né rimandare la questione. A mettere pensieri inquietanti non c’è soltanto il taglio della fornitura di gas dalla Russia. Ancor più drammatica è la questione petrolio, su cui poggia il grande impianto industriale dell’Occidente. Non solo perché, sui tempi lunghi, anche questa risorsa finirà, ma soprattutto per il drammatico scenario politico instaurato dai padroni dell’oro nero, equamente divisi tra chi ne fa uso per uno strozzamento economico dei Paesi compratori e coloro che ne fanno un’arma da usare negli scenari inquietanti da scontro di civiltà. Nel panorama incandescente che sta emergendo non è difficile prevedere che proprio sulla frontiera energetica l’Occidente rischi il ritorno alla candela.
Se nel centrosinistra il no al nucleare è il santino del politicamente corretto, anche nel centrodestra si nota un certo imbarazzo ad affrontare l’argomento. Magari se ne discute in circoli ristretti, ma apertamente si evita di far emergere la questione. Il tema scotta e, a farlo proprio, si rischia di farsi del male. È un dato di fatto che, dopo anni di predicazione eco-ambientalista contro il nucleare, si è seminato nell’inconscio collettivo il baus patogeno della demonizzazione dell’argomento. Ci hanno voluto far credere che con il sole e il vento avremmo fatto dell’Italia il nuovo Eden, un giardino da asilo materno, dipinto di fiori e popolato di animali incantati. Ma lo sa anche l’ultimo della strada che l’energia alternativa potrà coprire, a dargliela abbondante, fino al 10% del fabbisogno reale. E per il resto? Avanti con il petrolio, ovviamente. Il quale, non solo costa sempre più caro, non solo sta diventando un’arma politica, ma è anche insufficiente per le nostre esigenze energetiche. E così siamo costretti a comprare energia, pagandola più cara che in tutti gli altri Paesi europei, dai quali importiamo quella nucleare, quella cosa sporca, per la quale ci si straccia le vesti in casa propria, salvo chiudere gli occhi quando si arriva alla frontiera. Una bella coerenza. Come parlar male del furto, salvo comprarsi i quadri dai ricettatori.
Conosco gli argomenti che adducono i nemici del nucleare. La vicenda Cernobil è lì come un’icona sinistra del male per antonomasia. Fu sull’onda emotiva di ciò che vi accadde e della scarsa informazione in merito, che ebbe buon gioco chi propose un referendum per dire di no al nucleare sul nostro territorio. Ma nessuno racconta che Cernobil è stato l’esito di una gestione sciagurata dell’impianto, lasciato a mani inesperte e irresponsabili, in un contesto sociale e politico sul quale non vale la pena spendere considerazioni. Se non si fa chiarezza su questo, è come regalare un’auto a un bambino di prima Comunione e poi pretendere di chiudere le fabbriche automobilistiche perché hanno fatto danni. Il tema è troppo urgente per lasciarlo alla demagogia ambientalista, più intenta a costruirsi carriere che a dare risposta ai problemi del Paese. Forse non sarebbe fuori luogo portare nei salotti televisivi le facce degli scienziati. Giusto per chiedere loro se davvero sia ipotizzabile un futuro senza l’energia nucleare e a quali condizioni essa possa ritenersi sicura. Fare chiarezza sullo smaltimento delle scorie e su quanto possa dare al cittadino una sostanziale e oggettiva tranquillità. Ma è chiaro che dev’essere la voce degli scienziati a dar corpo a quella dei politici e non viceversa. E soprattutto è urgente farlo in tempi brevi, indipendentemente da chi vincerà le elezioni. Anzi, a prescindere.
* direttore di Verona Fedele