Le fantasie infantili da reality

Inaugura un nuovo capitolo della psicologia dell’età evolutiva la vicenda della «fantasiosa» dodicenne emiliana, un capitolo che possiamo definire semplicemente così: «Psicologia e reality». E come tutti i reality che si rispettino, questo capitolo ha bisogno di una (o di un) protagonista, possibilmente indifesa, di un luogo banale, che più banale non si può (in questo caso non un’isola né una casa, ma un parco) e, ovviamente, di uno o più cattivi (meglio se extracomunitari).
Ed ecco allora che le problematiche adolescenziali «classiche», i ben noti tormenti, che tutti abbiamo vissuto, acquistano una dimensione trash, finta, volgare, ma soprattutto penosa, sia per chi la vive da protagonista, che per tutte le persone adulte (non solo i genitori) che ne vengono involontariamente coinvolte.
Ma che cosa può infatti essere successo nella mente di questa ragazzina, che, con estrema dovizia di particolari (persino la griffe della maglietta) ha raccontato una enorme e spaventosa bugia? Non credo che l’intento sia stato solo quello di giustificare un ritardo a dei genitori oltremodo severi; in questo caso altre sarebbero state le «bugie» da raccontare, quelle «classiche», che tutti almeno una volta abbiamo raccontato per evitare di essere rimproverati (o peggio, puniti): un ritardo dell’autobus a causa di un incidente o lo svenimento della vecchia zia dell’amica del cuore.
Ma oggi no, in epoca «reality» è quasi d’obbligo essere comunque protagonisti, e quindi perché non raggiungere due obiettivi insieme, invece che uno solo: da un lato non essere puniti, e dall’altro «godere» del proprio momento di notorietà? Se l’ha fatto Natascha (Kampusch) avrà pensato la nostra amica, perché non io? Sicuramente anche la nostra piccola adolescente avrà visto, non più tardi di quindici giorni fa, la bella Natascha in Tv, coccolata dai media, acclamata quasi come una «eroina», a causa delle violenze subite. E allora, avrà pensato: «Che male c’è se anche io ci provo?».
D’accordo, in questo caso le violenze non erano reali, ma sono forse reali le situazioni create in Tv da autori, e protagonisti senza scrupoli, che influenzano (il caso di cui stiamo parlando, purtroppo non è l’unico esempio) migliaia di ragazzine (e di ragazzi) che attraversano una età difficilissima, e hanno un bisogno enorme di modelli di riferimento? I genitori, cari autori, e giornalisti televisivi, non possono, e non devono, essere gli unici modelli di riferimento per i nostri ragazzi che crescono, è invece necessario e urgente ricondurre l’intrattenimento dei media alla riscoperta di valori umani e morali limpidi e rassicuranti, e inviare un messaggio chiarissimo ai nostri adolescenti: non possono esistere scorciatoie di nessun tipo per arrivare aD essere adulti di «successo», perché quel successo, ottenuto in quel modo (senza preparazione e senza fatica alcuna) sarebbe solo di cartapesta. E ancora: non è poi così importante finire sotto i riflettori, anzi è una condizione difficile, spesso, da sopportare se non si è adeguatamente preparati, ma soprattutto non è necessario apparire «vittime» per essere amati e coccolati.
* Docente di Psicologia medica