Il fantasista di Montecitorio

È proprio vero che il caso Italia è unico. In quale altro Paese il leader di un partito che vuole la «rifondazione comunista», Fausto Bertinotti, potrebbe divenire la terza carica dello Stato e l'ago della bilancia del governo nazionale? Certo non nelle democrazie liberali, ma neppure nelle ex democrazie popolari.
Ieri dall'alto scranno di Montecitorio il presidente ha emesso la sentenza: il governo è ammalato, e fin qui tutti d'accordo; dunque, occorre un governo istituzionale per le riforme elettorali e costituzionali. Per carità, si è guardato bene dal fare riferimento alla sovranità popolare - le elezioni -, che pure dovrebbe essere la prima preoccupazione di una carica istituzionale; ed invece ha dato dentro con un'indicazione politica facendo il verso al capo dello Stato.
Sì perché Fausto, in realtà, è un Giano bifronte, anzi quasi un arlecchino parolaio, se la definizione non suonasse irriverente. Finora è stato il più forte puntello di Prodi mentre, di colpo, vuole prendersi il merito di primo affossatore. Del resto la sua duplicità è proverbiale. Ha sempre dichiarato che per scrupolo istituzionale non avrebbe partecipato alla lotta politica, ma in pratica ha continuato a lanciare parole d'ordine per il suo fedele popolo di comunisti e massimalisti.
Si dice pacifista e nonviolento, senza comprendere che il pacifismo non ha nulla a che fare con la nonviolenza, ed ama follemente strizzare l'occhio a tutte le contestazioni. Perciò ha portato in Parlamento due no-global stinchi di santo, Caruso a Montecitorio e Agnoletto a Strasburgo.
Si candida a leader della cosiddetta «Cosa rossa» che dovrebbe archiviare il veterocomunismo; eppure il suo partner stretto Diliberto, nel 2007, corre a Mosca per celebrare la rivoluzione d'ottobre quando perfino i russi sbattono in cantina le spoglie di Lenin dopo quelle di Stalin.
Pensa che un rivoluzionario che fa tanto chic a «Porta a porta», dopo il Che e il subcomandante Marcos, debba darsi anche una spolveratina di religiosità. È però incerto se seguire le orme ciniche di Togliatti il quale «sosteneva che una sofferta coscienza religiosa arricchisce la prospettiva socialista», se ispirarsi al misticismo del Monte Athos, o affidarsi alla new age dello psicanalista Fagioli. Nel frattempo inaugura alla Camera una cappellina per la meditazione.
Per non essere confuso con i suoi supporter in passamontagna, dichiara di trarre energia e ispirazione per la sua politica economica internazionalista e multiculturalista dalla banda inglese Clash, e gli effetti si vedono. Nel frattempo si dà all'invenzione lessicale: i suoi movimenti non sono volgarmente comunisti, massimalisti, estremisti, operaisti, ma molto più elegantemente «alter-mondialisti».
Il momento è grave: occorre decidere subito su crisi, governo, elezioni. Può l'Italia affidarsi ad un fantasista al vertice dello Stato?
Massimo Teodori
m.teodori@mclink.it