Il fantastico metropolitano di Ruccello

Pubblicata l’opera completa del drammaturgo, sottile indagatore della psiche femminile

Chi sono le donne di Annibale Ruccello, il più dotato drammaturgo napoletano della sua generazione scomparso nel pieno della sua maturità nel 1986? Sono streghe o vittime? Sono fate che, il giorno in cui i Borboni furono spodestati, pur di non assistere alla vittoriosa parata dei Savoia, hanno optato a somiglianza dell’Argante di Molière per un male immaginario che le costringe a vegetare tra pozioni e lenzuola? O sono casalinghe inquiete che, messi a letto i marmocchi e salutato con un bacio il consorte, vengono risucchiate dallo schermo della tivù che proietta immagini e silhouette di un’adolescenza frustrata, flash di un immaginario che le corrode nell’intimo fino a snaturarne gli impulsi? O, peggio ancora, sono le ultime lettrici del mirabile Cunto de li cunti di Giambattista Basile pentite di aver dato retta alla magalda che, pur di impalmare il loro arcigno genitore, le hanno persuase a sbarazzarsi della madre? O magari sono single che passano il tempo a dar ripetizione ad allievi svogliati che a un tratto ridestano, con nefaste conseguenze, quei sensi sopiti che si erano persino scordate di possedere?
A questi e altri interrogativi risponde l’opera omnia del Nostro (Teatro, Ubulibri, pagg. 186, euro 19) che fa luce su quel fantastico metropolitano che per Ruccello coincideva con la sua musa insolita e stravagante di esploratore dei bassifondi della psiche, specie femminile. Sulle orme del suo maestro mai dichiarato ma onnipresente, il Francesco Mastriani dei Misteri di Napoli, Ruccello plasma situazioni e personaggi ai limiti della credibilità, frutti perversi della cronaca nera o sciagurate abitanti di periferie industriali che somigliano alle bidonville descritte da Pasolini in Calderón. È questo il contesto in cui vive il più paradossale dei suoi portavoce: il trans delle Cinque rose di Jennifer che, nel suo patetico atteggiarsi a star seguendo le sollecitazioni più insulse e appariscenti delle femmine di lusso esibite sui rotocalchi, finisce non solo per incontrare la morte ma per procurarla a tutte le creature della sua specie. Che ai suoi occhi si mutano in mostruose escrescenze di una femminilità negata nei fatti quando addirittura non diventano tante ridicole Barbie suburbane cui non basta confessare il proprio disperato autolesionismo alle radio libere che trasmettono in continuazione i refrain delle Divine della canzone per colmare il proprio inesauribile bisogno d’amore.
E qui veniamo al clou della drammaturgia di Ruccello, poiché proprio nelle Cinque rose è percepibile il nucleo attorno a cui si organizza il suo esasperato discorso sulla solitudine che stavolta, invece di generare mostri (che sono già qui), dà vita a degli assassini che, come Amleto, sopprimono gli altri tutt’uno a se stessi. Infatti Jennifer e Clotilde, le sue eroine più celebri, infieriscono sul loro corpo. La prima sparandosi per somigliare a una «santa Maria Goretti tra i gigli» mentre la seconda, ritta come un ex voto sul letto che ne accoglierà le spoglie, solo alla fine si accorge che l’oggetto della sua smodata adorazione è nientemeno che un suddito del Re Galantuomo.