Fantasy all’italiana

Un’isola misteriosa e perduta. Un’isola dove regnano baroni bambini, dove imperversano le profezie di sibille che un tempo erano ragazze, seducenti e libertine, e ora sono mostri che masticano sabbia e visioni. Una scheggia di lava e grotte buttata in mezzo a quello che una volta era il Mediterraneo e adesso è il mare dei sogni su cui si battono a «certamio» eroi che hanno un che di omerico nella loro furia omicida, gigantesca nonostante i loro pochissimi anni: Smiccio, Zenzero, Ferrau, Nardo, Cannarone...
E poi dèi, o meglio fanciulli divini, che dopo la morte invece di finire nella caverna dei defunti trasportati dalla barca rovesciata di Marchionno, il pastore dei trapassati, si sono trasformati in creature incredibili, gli «Scalzi». Esseri che comandano alle forze della natura che ci giocano incuranti del male che possono fare. Anzi istigatori della caccia agli «Alti», i pochi adulti superstiti, veri fautori della Carnara, la periodica mattanza che attraversa l’isola...
Questo e molto altro si trova ne L’isola dei liombruni di Giovanni De Feo che arriverà a breve (il 3 giugno) in libreria per i tipi di Fazi (pagg. 382, euro 18,50), un libro che di primo acchito potrebbe essere classificato come un fantasy ma che, in realtà, è molto di più. Sì, perché De Feo, che insegna Letteratura italiana alla Deledda International School di Genova e che fa lo sceneggiatore, in questo libro giocato tutto sul confine sottile che separa il sogno dalla realtà reinventa quello che potremmo definire come il «gotico mediterraneo». L’autore sfrutta ambientazioni solari che potrebbe rimandare alle isole Eolie o alle Egadi per dare un nuovo spessore al tragico. Usa la favola, la tradizione classica di Omero, le suggestioni barocche di Giambattista Basile (a cui si deve l’ispirazione per i nomi di molti personaggi), le intuizioni sull’infanzia di scrittori come Collodi o Calvino per creare un pastiche letterariamente potentissimo. Per violenza e destrutturazione del mito del «buon fanciullo» ricorda Il Signore delle mosche di William Golding, per i livelli di lettura multipli ricorda le saghe tolkieniane.
Al centro del «gioco», un’idea semplice: «Un bambino è un Dio. Poi impara la morte e diventa un uomo». Così come il luogo vero dell’infanzia è il sogno, un luogo senza legge perché lì tutto è innocente, compresa la violenza. E in fondo, un luogo senza tempo o senza percezione del tempo. Ma da certi sogni bisogna pur svegliarsi anche se svegliarsi è come morire, strappa l’anima.
Ecco allora l’isola del romanzo sognata da centinaia di bambini che ogni vent’anni, tutti assieme, dormono e vivono nel sonno una storia atroce: l’eccidio di tutti gli adulti dell’isola. Ma poi anche il sogno si autodistrugge, per consentire a tutti, tranne uno, di tornare alla veglia... Ma tornare significa anche dimenticare per sempre un pezzo della propria natura. E di fronte a questa scelta, il primo dramma della vita che qui assume forma di mito, ogni personaggio dovrà giocare le sue carte. C’è chi non vuole dimenticare nulla come Zenzero, fanciullo eroe che lotta per tenere assieme la realtà e il sogno due mondi sempre più inconciliabile. Chi infrange tutte le regole, come il suo amico Smiccio, sino a trasformarsi in un dio della distruzione. Chi si lascia massacrare e così lascia il sogno per tornare alla normalità della vita, come il grassissimo Cannarone: «Mettiamola così: io sono io e voglio rimanere io. Non voglio pisciare stelle, cacare ombre, scorreggiare tempeste, mi basta cucinarmi un piatto di spaghetti aglio e olio e sono contento».
E se la narrazione del dilemma è commovente, quello che incanta di più in L’isola dei liombruni è la capacità di passare attraverso un’infinità di registri linguistici: dalla parlata dei ragazzini al ricordo dell’epiteto aedico. Il miscuglio di moderno, come il culto dei ragazzi per le pistole ad aria compressa, e i cantari medievali o il barocchismo (forse a tratti esagerato) che l’autore mette nelle pagine. Non lo coglieranno tutti i lettori, ma pazienza: è veramente pregevole.