Il «fantino» Stronach che veniva dal nulla

È stata una battaglia tra emigranti. Una specie di derby di Toronto disputato tra il circolo carabinieri di Woodbridge, dove Sergio Marchionne andava a giocare a scopone, prima di spiccare il grande salto verso il business internazionale, e l’elegante sobborgo di Aurora, alle porte della città canadese. Qui, in una residenza hollywodiana con tanto di megascuderia e campo da golf, ha oggi il suo quartier generale Frank Stronach, 76 anni, padrone di Magna, la società che nelle ultime settimane ha conteso Opel al gruppo Fiat. Anche l’austriaco Stronach, come Concezio Marchionne e suo figlio Sergio, ha cercato l’America in Canada. E alla fine l’ha trovata, partendo parecchi gradini sotto gli abruzzesi Marchionne.
Per lui le difficoltà sono iniziate subito: sul suo certificato di nascita c’è scritto padre sconosciuto, la madre viveva di lavori saltuari nella frazione povera di Kleinsemmering, borgo della Stiria a una paio d’ore d’auto da Vienna. Unica ricchezza della famiglia: un maiale, nutrito con gli avanzi trovati per le vie del paese. L’emigrazione, a 22 anni, è una scelta frutto della necessità. E il primo lavoro in Canada sa di leggenda: lavapiatti in un ospedale pubblico. Poi la storia prende la direzione giusta: Frank, che è riuscito a studiare da perito industriale, affitta un garage e inizia a lavorare componenti metallici per alcune aziende meccaniche. Nel 1969 fonde la sua società con Magna, già allora quotata in Borsa. È la consacrazione, diventa un personaggio pubblico sia in Canada che in Austria, dove viene considerato una specie di Re Mida capace di trasformare in oro ogni cosa che tocca. Oggi ha 70mila dipendenti, un giro d’affari di 18 miliardi di euro e stabilimenti in 25 Paesi diversi. Una delle due figlie, Belinda, 43 anni, è famosa quasi quanto lui: lo ha affiancato per anni nella guida dell’azienda, nel 2005 è diventata perfino ministro e qualche anno prima aveva fatto parlare di sé perfino a Washington, per una sua presunta liaison con Bill Clinton.
Per Stronach, appassionato di calcio, per molti anni presidente della Bundesliga austriaca e dell’Austria Vienna, è una specie di marcia trionfale. Con due dolorose battute d’arresto. La prima è del 1988, quando decide di entrare in politica e si candida per il partito liberale canadese. È convinto di stravincere e di entrare trionfalmente nel Parlamento di Ottawa. E invece viene clamorosamente sconfitto.
Il secondo fiasco è solo di un paio di mesi fa. Proprio mentre si appresta a muovere all’assalto di Opel, Stronach è costretto ad alzare bandiera bianca nel suo secondo ramo d’attività, forse la sua vera passione: l’allevamento dei cavalli. La Magna Entertainment Corporation, in sigla Mec, il più grande gruppo mondiale per la selezione e lo sfruttamento commerciale dei purosangue, che gestisce anche ippodromi e scommesse, dichiara la bancarotta e porta i libri in tribunale. Per il miliardario austriaco non è solo un passatempo: le attività del gruppo fallito venivano valutate intorno al miliardo di euro, la società era arrivata a possedere più di 1.000 cavalli da corsa. A bruciare di più è però il danno di immagine. Solo qualche mese fa Stronach aveva rifiutato per il gruppo un’offerta giudicata dagli analisti più che interessante. Non aveva voluto cedere perché credeva nel suo progetto: rendere gli sport ippici popolari come football o baseball. Non ci è riuscito. Ora, dopo l’addio agli amati cavalli, conta di rifarsi con le quattro ruote.